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martedì 22 marzo 2022

Alcune riflessioni sulla Storia

 

Avvertenza.

Questo articolo può essere considerato a tutti gli effetti una lunga nota a quello precedente

https://umanitapolitica.blogspot.com/2022/03/la-cina-e-vicina.html

di cui si consiglia la lettura.


§


Si potrebbe dire che con la crisi del 2008 la libertà negli USA si è ridotta ancora di più?

E quali cambiamenti ha prodotto nel controllo del sistema del capitale?

Cosa accadrà alla prossima crisi?

Ha un senso cercare le spiegazioni delle crisi del sistema?

Se si comprendono i motivi è possibile intervenire in modo che non si verifichino di nuovo?

E ancora: sarebbero evitabili o hanno carattere deterministico?


Il tipo di risposte possibili danno una prospettiva diversa al problema storico e alla conseguente sua concezione.

Poniamoci ad esempio la domanda: è possibile comprendere il motivo delle crisi economiche e si possono evitare in caso positivo?

Ammettiamo che si siano scoperte le ragioni che le determinano: è possibile evitarle?1

Soffermiamoci solo al “sì” o “no” di quest’ultima domanda.

Se rispondiamo “sì” significa che potremmo intervenire deterministicamente sugli eventi futuri. In che modo? Se le crisi sono prevedibili e viene impedito che si verifichino la storia proseguirà con eventi diversi.

Se rispondiamo “no” significa forse che il futuro non è determinabile?

Dipende.

Se rispondere “no” vuol dire semplicemente che il sistema nel suo complesso non ammette soluzione perché le crisi sono parte costitutiva del sistema stesso concepiamo comunque una storia deterministica. Se non possiamo impedirle significa che il sistema procederà in un modo determinato. In altri termini esiste un qualche tipo di dinamica interna al sistema che non possiamo cambiare.

Se rispondiamo “no” nel senso che non siamo ancora in grado di risolverle non facciamo altro che ritornare al “sì”. Dunque non siamo ancora in grado, ma potremo esserlo in un futuro. Allora la storia è deterministica per gli stessi motivi citati sopra.


Il problema che concerne l’idea che la storia possa essere regolata da leggi [e quindi essere deterministica] se non è spinta all’estremo (storicismo radicale) può avere un qualche tipo di dimostrazione. A mio avviso il problema deve essere interpretato diversamente dall’ammettere che esistano leggi storiche accertabili. O, per dirla con Popper, falsificabili.

La questione che riguarda i processi storici, però, è alquanto diversa. Ed è, a mio avviso, ciò che deve interessare per comprendere la sua possibile evoluzione nel futuro.

Gli uomini nel contesto di determinate condizioni storiche non hanno di fronte a loro infinite possibilità di risoluzione dei conflitti o di qualsiasi altra criticità (comprese crisi economiche o finanziarie). Sono dominati e condizionati da vincoli di varia natura (condizioni economiche, sociali, culturali) e dunque reagiranno a quelle determinazioni in modo simile in base alle effettive possibilità2.

I conflitti sociali per esempio non offrono milioni di modi diversi per essere pacificati (nel caso s’intendano pacificare): il compromesso è l'unico modo, pur potendo essere realizzati con metodi e tempi diversi.

E, ovviamente, non è detto che quel particolare conflitto venga in qualche modo pacificato pur essendovi la volontà di perseguire la pacificazione, ma sapremmo che in determinate condizioni non era stato possibile risolverlo.

L'altro metodo di risoluzione di un conflitto è la repressione, ma la logica non cambia. La repressione determinerà degli effetti futuri che potrebbero essere  di diverso tipo: politici, sociali, economici, ecc..

Non esiste, mi pare, un periodo storico in cui non si siano verificati conflitti, anche se per ragioni diverse. Questi movimenti determinano una tendenza di sviluppo nella storia umana. Non sono leggi storiche, ma processi leggibili e interpretabili attraverso la conoscenza dei fatti. La difficoltà legata all’interpretazione dei fatti non confuta la potenziale capacità di un’interpretazione obiettiva relativa allo sviluppo della cultura storica di quel dato momento.

Dalle lotte ottocentesche per la giornata lavorativa di 12 ore si è giunti allo statuto dei lavoratori non in un solo balzo, bensì passando attraverso diverse fasi. Attraverso un movimento di cui oggi possiamo vederne il dispiegarsi.

Nel riflettere su queste considerazioni mi è balzata in mente una corrispondenza con l’evoluzionismo. Non perché la storia debba essere necessariamente evoluzionistica e non intendo affermare tale concezione. Non soltanto perché non ne ho le competenze e le conoscenze necessarie, ma perché non credo a questa concezione dell’evoluzione umana in senso storico sociale.

Non c’è dubbio in ogni caso che dal punto di vista tecnico, scientifico e delle forze produttive si sia gradualmente passati da uno stadio in cui l’uomo era cacciatore-raccoglitore a costruire il supercomputer Fugako costituito da circa 159.000 server e una capacità di calcolo di oltre 400 milioni di miliardi di operazioni al secondo e in grado di predire gli Tsunami.

Ora, potrebbe essere relativamente vero che le scoperte siano casuali3, ma la casualità si avvera quando esistono le condizioni generali perché le renda possibili.

Perché parlo di evoluzionismo? Si consideri nella stessa misura l’evoluzione che ha portato all’attuale presenza dell’homo sapiens sapiens. La mutazione che ha portato alla sua comparsa sarà sicuramente casuale4, ma poteva prodursi prima dell’esistenza di quella sorta di scimmione bipede che ha popolato la terra in una determinata era storica?

Possiamo pensare che l’essere umano attuale regredisca per mutazione ad un nuovo scimmione bipede?

Allora, nella stessa misura, è possibile in qualche modo predire l’evoluzione dei processi storici?

Sarebbe stato possibile passare [senza fasi intermedie] direttamente dalla forma di economia presente nell’impero romano all’attuale sistema del capitale?

Dunque, ammesso che non esistano leggi storiche, mi pare che la storia umana segua comunque dei processi attraverso i quali è possibile individuare una tendenza nella sua evoluzione.

Trovo assurdo, quanto il pensare che l’attuale essere umano regredisca ad uno stadio scimmiesco, credere che i processi storici possano invertirsi o deviare tanto profondamente da una curva tendenziale al punto di procedere in modo casuale. Il fatto che le civiltà siano passibili di declino (e anche di questo abbiamo nozione) o che possa darsi il caso di una regressione sociale ed economica è un altro discorso. Potrebbe verificarsi una guerra nucleare che sconvolga completamente le condizioni presenti5, oppure l’avverarsi di eventi legati all’economia politica che facciano tornare indietro (in un modo che non sappiamo) le lancette della storia, ma dati eventi non prevedibili la curva tendenziale dei processi non ha ragione di cambiare.

Non è ridurre la Storia a un fatto naturale, ma la possibilità di predire la tendenza di un processo attraverso gli eventi che si sono succeduti nel tempo: riconoscere che esistono diverse fasi che non fanno balzi secolari. In linea generale mai avvenuti nella Storia oppure la storia che conosciamo è tutta falsa. Ipotesi a cui non è possibile credere.

Mi sembra lecito chiedersi: un supercomputer come Fugako potrebbe predire attraverso modelli matematici non solo il corso della storia entro certi limiti temporali, ma anche particolari eventi politici e sociali catastrofici?

Potrebbe essere inutile, forse, puntualizzare, dato il fine ristrettissimo di queste riflessioni, che la storiografia evenemenziale6 è di certo utile e importante, ma difficilmente porta alla luce l’insieme del movimento storico sottostante che può procedere in modo invisibile in un lungo arco di tempo.

Ciò che oggi ci appare estremamente dilatato e increspato tra due/tre secoli potrebbe apparici chiaramente attraversato da una curva la cui inclinazione non era manifesta.

La questione è: può essere intercettata quella curva?

Se “sì” in qualche modo la storia ha un corso deterministico se “no” la storia è del tutto caotica.

Pensare la storia per processi non è l’inveramento dello storicismo radicale.

Il prosieguo lo lascio al lettore.


1 Qui forse è opportuno fare una precisazione. Capire le ragioni delle crisi economiche periodiche del capitale non significa poterle evitare. Potrebbe essere possibile capirne le cause, ma non per forza potrebbero essere evitabili, e i motivi sono molti. Le crisi possono presentarsi con anticipo rispetto alla previsione oppure le condizioni reali-materiali potrebbero impedirne la risoluzione.

4 E non dimentico certo gli sviluppi della teoria dell’evoluzione di Darwin fino all’attuale teoria dell’evoluzione punteggiata.

5 Mentre scrivo la guerra in Ucraina è ancora in corso. Sono 10 milioni i cittadini fuggiti dalle loro case secondo TG24Sky. Si potrebbe avere la percezione che questa evento (sicuramente tragico) possa in qualche modo cambiare la storia. In realtà sono passati sotto i nostri occhi eventi altrettanto violenti e dolorosi soprattutto in medio oriente, ma agli occhi di qualcuno possono essere sfuggiti. Non penso sarà la guerra di Putin a cambiare il corso della storia: Gli effetti si vedranno negli equilibri internazionali e nelle strategie geopolitiche, come sempre, ma non intaccheranno il sistema del capitale che storicamente è ciò che conta in questo periodo storico.

domenica 20 marzo 2022

La Cina è vicina?

 

Passati ormai diversi anni i “quaderni rossi” di Mario Tronti1 (e Panzieri, ma scomparso da un po’) sono sbiaditi dal tempo e dalla luce del neo-liberismo. Oggi il loro colore è arancione (come le rivoluzioni colorate in linea con il cosiddetto post-industrialismo) e a volte talmente stinti che potrebbero prendere il titolo di “quaderni gialli” come la ex democrazia cristiana.

Parlare di post-industrialismo, come se esistesse, associato all’assenza di operai e riempiendo le piazze di moltitudini di persone tutto appare naturale e spontaneo.

Pensare come naturale l’ordine sociale permette al sistema omologante del dominio capitalistico sia sulle menti che sui corpi di creare nel pensare del singolo individuo un agire libero e indipendente.

La mente s’illude che le scelte concrete siano attuazione del proprio pensare libero e soggettivo ipostatizzando la reale dipendenza dal concreto modo di produzione. Solo in questo modo l’individuo si concepisce in quanto soggettività autonoma. E in tal senso il sistema del capitale non ha necessità di attuare in larga parte forme di comando autoritarie2. Il fatto stesso di pensare l’ordine sociale esistente legittimo e connaturato alla struttura del consorzio umano separa l’idea dell’ordine sociale dal modo di produzione rendendo il modo stesso di produzione come accidentale rispetto ai rapporti sociali e alla sovrastruttura del capitale.

In questo senso anche l’operare del lavoro mentale insito nei nuovi processi produttivi che prevedono la realizzazione demandata ai cosiddetti digital workers (si veda ad esempio il crowdwork3) viene percepito e trasferito su un piano astratto mascherando il lavoro concreto nella sfera del general intellect già individuato da Marx.

Posto sul piano sociale il concetto potrebbe essere esteso ed integrato dalle seguenti considerazioni di Milanovic in Capitalismo contro Capitalismo.

Trattando il tema dell’allineamento degli obiettivi dell’individuo con quelli del sistema l’autore sostiene che:


Secondo i più convinti sostenitori del capitalismo, questo risultato scaturisce dalla sua «naturalezza», ossia il fatto che rifletterebbe alla perfezione la nostra natura innata, vale a dire il desiderio di commerciare, di guadagnare, di migliorare la nostra condizione economica e di condurre una vita più comoda. Ma non credo, al di là di alcune funzioni primarie, che sia coretto parlare di desideri innati come se esistessero indipendente dalle società in cui viviamo. Molti di questi desideri sono il prodotto della socializzazione all’interno delle nostre società, e in questo caso all’interno delle società capitaliste, che sono le uniche esistenti.

[Capitalismo contro capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro. - Di Branko Milanovic · 2020 Editori Laterza]


Facciamo un passo indietro.

Il rapporto servo/padrone dissimulava l’asservimento del lavoratore nella falsa percezione di detenere i mezzi di produzione e di progettualità del proprio lavoro. Lo sfruttamento veniva da questi percepito soltanto attraverso la pretesa del signore-padrone di appropriarsi con le corvèes di una parte del suo lavoro.

Con il sorgere del proletariato come soggetto di trasformazione l’operaio prendeva coscienza della sua alienazione dal lavoro attraverso la sostituzione della forza-lavoro per mezzo delle macchine, tale fenomeno rendeva manifesta l’appropriazione della restante produzione lasciando all’operaio la sola capacità economica di riprodursi.

Molto brevemente si può dire che la condizione di sfruttamento4 a cui è sottoposto il lavoratore divenne chiara nel passaggio da servo a lavoratore giuridicamente libero.

Giuridicamente libero, ma costretto al lavoro per un padrone che realizza capitale pagando soltanto una parte della ricchezza prodotta dalla forza-lavoro.

Ora, il problema attuale è complicato, come ho accennato inizialmente, dal massiccio impiego di lavoratori nella produzione per mezzo di strumenti informatici e digitali.

Cosa potrebbe accadere in futuro?

Quando la Cina avrà raggiunto la capacità di influenzare le dinamiche politiche dell’occidente in particolare quelle europee si sentirà dire dagli ideologi americani, in contraddizione a ciò che stato propagandato sino ad ora, che bisogna fermare la globalizzazione perché è inconciliabile con la libertà. Le reazioni e le resistenze alla “nuova via della seta” sono già dei sintomi.

Per fermare la disfatta del dominio del capitale liberal-democratico l’imperialismo americano sarà costretto a ridistribuire la ricchezza verso il basso per creare quello che Milanovic chiama capitalismo del popolo. Redistribuire il reddito verso il basso permette di espandere i consumi. Questa condizione potrebbe essere raggiunta riducendo le ore di lavoro per assorbire la disoccupazione che sarà desinata a crescere a causa del massiccio impiego di strumenti digitali e tecnologici. Se la ricchezza di capitale resta in mano a pochi genera conservatorismo.

Potrebbe darsi il caso che la Politica cinese di fronte all’indebolimento dell’imperialismo americano e dunque del capitale, che si regge su strutture politiche liberali e sulla democrazia borghese, allenti l’assetto autoritario al contrario di quanto sarebbe costretto a fare il capitale occidentale in generale per controllare le disuguaglianze che già oggi si sono imposte attirando l’attenzione di economisti e ideologi (Think Tank). 5

Poiché le differenze di reddito tra classi sociali in Cina in futuro potrebbero essere livellate rispetto a oggi il capitalismo statale (o politico come viene definito da Milanovic) cinese potrebbe diventare un modello da seguire.

D’altronde è in atto a livello internazionale una severa critica al capitalismo neoliberista ormai da diversi anni da parte di ideologi e analisti sostenitori del capitale come unico sistema non solo economico, ma anche sociale ed esistenziale.

Già nel 1998 Edward Luttwak parlava di turbocapitalismo e citare anche una brevissima bibliografia sul tema richiederebbe parecchio spazio. E’ sufficiente dire che un numero enorme di economisti di fama mondiale in seguito alla crisi finanziaria del 2008, che aveva mostrato palesemente al mondo intero la debolezza del modello neoliberista, sembra fare a gare per ricercare le migliori critiche al sistema evidentemente con lo scopo di salvarlo dalla prossima crisi che potrebbe segnarne il tracollo. Ma proprio perché la storia non è deterministica, come Popper6 pensava erroneamente della concezione storica marxiana, occorre una spallata per aiutarne il crollo. E non basta una spallata che lascerebbe un vuoto essa va preparata per sostituire quel vuoto con una forma di vita economica, politica e sociale che deve essere perseguita e costruita giorno per giorno o, citando Marx, tornerebbe la solita merda.

Il problema è: i milioni di digital workers in che modo potrebbero prendere coscienza della propria condizione di servi giuridicamente liberi?



1 Oggi tra le fila di area cattolica del PD.

2 Ed ecco il motivo per cui il sistema popperiano non serve a nulla se non soltanto euristicamente. L’antitesi della democrazia non è soltanto la tirannide e il controllo formale delle regole democratiche (da stabilire quali) non garantisce la libertà da un sistema unico come quello del capitale.

3 Letteralmente lavoro-folla. E’ una sorta di lavoro a chiamata gestito da piattaforme Web e senza obblighi di contribuzione previdenziale

4 Devo soffermarmi su questo punto per chiarire alcuni concetti. Questa nota come anche alcune altre parti dello scritto può essere tralasciata da chi abbia già dimestichezza con alcuni argomenti. La nota serve a chiarire la differenza dell’uso del termine “sfruttamento” in senso generico e comune compresa l’idea di sfruttamento riprovevole da un punto di vista morale, come potrebbe essere il giudizio dal punto di vista della chiesa cristiana. E’ questo che intende per esempio il Papa quando parla di sfruttamento del lavoro: si pensi ai lavoratori anche bambini ridotti in semi schiavitù costretti a lavorare nelle miniere di Coltan. Quel che si intende comunemente e che intende l’ottica della chiesa è una denuncia morale per le misere condizioni di vita e la sofferenza che ne derivano da parte di chi subisce lo sfruttamento personale. Ma al di là del giudizio morale lo “sfruttamento” ha un significato ben diverso. Se si ottenessero condizioni dignitose e il lavoro fosse pagato altrettanto dignitosamente avremmo la risoluzione del problema, come se il concetto di sfruttamento fosse del tutto contingente a quel singolo caso. In realtà le industrie internazionali che si servono delle materie estratte dal Coltan continuerebbero a sfruttare quei lavoratori pur essendo ipoteticamente pagati il giusto secondo il libero mercato. Lo sfruttamento connaturale alla produzione capitalistica risiede non nello sfruttamento (pur in quel caso deprecabile) di ogni individuo per le condizioni economiche e sociali in cui vive, ma per la quota di ricchezza di cui si appropria attraverso il plusvalore. Non sono sufficienti contratti definiti giusti per impedire al capitale di appropriarsi di quella quota di ricchezza. L’idea che siano sufficienti salari equi (in base a cosa?) altera il concetto di sfruttamento della concezione marxiana e lascia il tempo che trova. Da qualunque parte ci si volti torneremmo sempre al famigerato “capitalismo dal volto umano”.

Consiglio la lettura di questo breve intervento che, benché per motivi diversi (in tal caso l’RdB), chiarisce la logica da applicare alla problematica: https://aisberg.unibg.it/retrieve/handle/10446/116222/232913/Etica%20%26%20Politica.pdf

5 Non a caso Il capitale nel XXI secolo di Thomas Picketty è divenuto un bestsellers. Il libro (quasi illeggibile) di Picketty può essere considerato una summa di molti dati, ma l’autore non è certo il primo o l’unico ad aver portato all’attenzione internazionale l’argomento delle disuguaglianze. Il problema è stato affrontato da diversi autori tra i quali anche il citato Branko Milanovic.

6 Tra le tante opere di Karl Popper si veda ad esempio - La società aperta e i suoi nemici.

 


 

 

venerdì 29 giugno 2012

Guerra globale


"Forse, senza saperlo, stiamo combattendo la prima guerra globale del Duemila. Una guerra che non usa più armi, che non bombarda né fa esplodere atomiche, che non provoca morti, ma produce fame, disoccupazione, scontro sociale, impoverimento. Insomma, riduce sul lastrico i perdenti. Le direttive che pervengono dall'UE o dalla Bce assomigliano ai piani strategici di uno Stato Maggiore: far resistere la Grecia ad ogni costo, apprestare immediate difese per le prime linee direttamente sotto attacco che si chiamano Italia e Spagna. E i quotidiani listini delle Borse europee ed extraeuropee e li si attendono con la stessa ansia, con la stessa trepidazione dei Bollettini di guerra di una volta."

Andrea Camilleri
Chi non ha vissuto sufficientemente a lungo per tornare indietro con la memoria alla cronaca degli ultimi 30/40 anni, è probabile che non si accorga di quanto, negli ultimi anni, la parola guerra sia presente negli argomenti dei mas-media, nelle pagine dei giornali o semplicemente nei discorsi quotidiani.
L’osservazione non è priva di un significato preciso: è evidente che qualcosa è ormai cambiato nelle coordinate geopolitiche. Se rappresentassimo sugli assi di un piano cartesiano il potere economico e militare dei paesi mondiali da una parte e l'arco di tempo che va dagli anni '40 ad oggi dall’altra, potremmo definire una mappa dinamica degli equilibri mondiali nazionali e verificare le differenze rispetto all’immediato dopoguerra. Terminato il conflitto della cosiddetta seconda guerra mondiale è iniziata la "guerra globale"

Per cogliere alcuni aspetti del mutamento occorre ritornare per un’ennesima volta, dopo anni di dibattiti, alla scomparsa dell’U.R.S.S. e del blocco sovietico. Con la scomparsa del “nemico numero uno” attribuire a forze ben definite e facilmente identificabili una presunta minaccia all’ordine mondiale, alla stabilità politica e sociale occidentale e alle cosiddette “democrazie compiute” era diventato molto difficile. Era necessario “ricostruire” un nemico che rappresentasse una minaccia e fosse il capro espiatorio che giustificasse la crisi del sistema generale, la perdita degli equilibri interstatali (la pax americana) da qualche parte occorreva trovarlo. Detto. Fatto! Il nuovo nemico si cominciò a chiamare terrorismo internazionale. Niente di meglio: il nuovo nemico non è un ente ben definito, non ha confini, può cambiare e nascondersi, a seconda delle circostanze, ovunque, e non è riconoscibile in modo palese! E’ il nemico globale per eccellenza. Esso può essere individuato e stanato solo ed unicamente dalle complesse reti spionistiche o controspionistiche, che operano, ovviamente, in segreto.

Il cittadino comune non è dunque in grado di giudicare più o meno oggettivamente e (questo è importante) di volta in volta la gravità della minaccia. Il fatto che da circa un decennio la minaccia si ritenga provenire dal terrorismo islamico è del tutto marginale. Domani sarà possibile individuarla in qualche altra “essenza”, sigla o entità a seconda di dove saranno gli interessi, quasi sempre economici, da salvaguardare. Gli interessi da salvaguardare ancora oggi, nonostante la crisi colpisca pesantemente l’economia statunitense sono quelli made in U.S.A., i quali, nonostante l’indebolimento economico-strategico sul piano mondiale, si presentano sul piano militare come gli unici garanti (o gli unici possibili garanti) della protezione ai paesi subalterni occidentali. Questo non è meno vero nonostante si sia assistito prima del 2009 al tentativo di Francia e Germania, per quanto riguarda l’Europa, di contrapporsi sul piano politico-strategico alla superpotenza in questione. La catastrofe finanziaria mondiale ha per ora oscurato alcune strategie, ma non per forze si deve pensare che la Germania abbia abbandonato strategie politiche ed economiche volte a tale fine. Il ruolo di “comando” palesato dalla cancelliera tedesca è abbastanza indicativo.

Per quel che riguarda la questione orientale la storia si complica un po’. Non c’è dubbio che con la Guerra del Golfo anche il Giappone avesse acquistato, abbastanza a buon mercato, la protezione americana con qualche milione di dollari, ma non è altrettanto vero che a distanza di oltre dieci anni il Giappone e tante trasformazioni (spostamenti ad es. di equilibri economici e finanziari) abbia il disperato bisogno di conservare la propria presenza economica nelle zone che allora apparivano più importanti. Lo sono invece ancor di più oggi per gli U.S.A., dopo che il potere finanziario nipponico ha conquistato maggiori fette di mercato in oriente allargando la propria influenza commerciale. Ma andiamo con ordine e torniamo al Terrorismo.

Il pensiero non può portarci che al fatidico 11 settembre.
In un certo senso parte dello scompiglio del mondo islamico nasce dalla contrapposizione degli interessi geopolitici dei due blocchi (U.S.A.- U.R.S.S.). Da una parte la strumentalizzazione dello schieramento sunnita dall'altra di quello sciita, perché quest'ultimo doveva rappresentare il “soggetto rivoluzionario” che lottava contro gli interessi della borghesia sunnita. Sembra strano il destino dei taliban: avevano rappresentato gli interessi dell'imperialismo americano ora  paiono potenti terroristi da sterminare. Questa stranezza appare tale solo agli occhi di chi crede l’<> della guerra al terrorismo davvero uno scontro tra Civiltà, naturalmente.
Ma le cose non stanno in questo modo. L’11 settembre fu per gli Stati Uniti una manna dal cielo. Una manna che, secondo alcuni, è stata aiutata a scendere anche se forse poteva essere in qualche modo fermata. Un “qualcuno” aveva osato attentare alla democrazia americana, aveva ferito non solo l’orgoglio della superpotenza ma il cuore di milioni di americani. Perché?

Leggendo alcuni giornali di quei fatidici giorni si apprende che sia il padre che un fratello di Bin Laden (il cavalliere dell'apocalisse presumibilmente scomparso) morirono in circostanze misteriose, tutti e due in un incidente aereo. Guarda caso nel periodo in cui erano in affari con la Compagnia Petrolifera della famiglia Bush. Più che una guerra questa sembrava una faida.
Però funzionanò. La vendetta di migliaia di famiglie americane che avevano perduto un caro nel crollo delle Torri rimase per anni in cerca del colpevole: un colpevole che a mano a mano del passar del tempo si stava trasformando in un’entità eterea.  
Con un Bin Laden in circolazione, amico di Saddam occorreva colpire l’Iraq – attenzione! - non solo perché si supponesse in possesso di arsenali atomici, chimici o di ogni altro tipo immaginabile (sono in molti i paesi della terra a costruire bombe atomiche), ma perché osava sostenere il terrorista Bin Laden; il peggior nemico degli americani colpiti al cuore per la scomparsa dei loro affetti. Miglior amico degli U.S.A. quando Taliban e Mujaidin combattevano contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Motivo più convincente di quanto potesse essere la minaccia della bomba atomica – per il popolo americano – con la quale, oramai, ci si era abituati a convivere come fosse una sorta di assuefazione.

Per il resto del mondo, però, credere alla “favola bella” era più difficile. Certo gli U.S.A. erano, e restano ancora, nel cuore di molti un simbolo di giustizia, i guardiani della democrazia o i poliziotti del mondo, ma la costruzione del consenso è parecchio complessa. Si instaurò quindi una propaganda di guerra a tutto campo. Se non si fermava immediatamente l’Iraq tutto il mondo era in pericolo. Strana storia come per i Taliban. E’ sufficiente, anche in questo caso, cercare alcune notizie sui giornali dell’epoca per sapere che il ministro della difesa U.S.A. Rumsfeld aveva avuto incontri ufficiali con Saddam Hussein a Bagdad, nel 1983-1984, all’epoca della guerra Iran-Iraq, e in seguito a tali incontri gli USA fornirono a Saddam gli "agenti biologici" necessari per costruire le armi di cui gli agenti dell’Onu andarono alla ricerca.
Già…dove poteva colpire Saddam con la congrega dei terroristi islamici? Ovunque! Gli Stati Uniti d’America si autoconferirono il ruolo messianico e salvifico, di liberare il pianeta dalla minaccia. Dopodiché la ricostruzione dei paesi pacificati poteva permettere di costruire solide democrazie a immagine e somiglianza della principale democrazia mondiale. Tale era la “Teologia” contenuta nella propaganda dell’era Bush.

Vediamo come stanno [stavano] le cose da un altro punto di vista.

La guerra del Golfo era costata in tutto intorno ai 13 miliardi di dollari. Niente male per pochi giorni di “interventi chirurgici”. Inoltre aveva permesso di riconquistare con una dozzina di morti, da parte del messianico esercito, il controllo dei pozzi petroliferi.
Così recitava un comunicato - NEW YORK (Reuters) - Il consulente finanziario capo del presidente Bush stima che gli Stati Uniti potrebbero spendere tra i 100 e i 200 miliardi di dollari per fare una guerra in Iraq, ma dubita che l'offensiva possa spingere il paese in recessione o far salire  l'inflazione, scriveva ai tempi della fatidica guerra in Iraq il Wall Street Journal.
Questo significava, secondo gli esperti di bilancio, sopportare una spesa compresa tra l’1 e il 2% del Pil (U.S.A.). Si pensi, per avere un raffronto, che l’intero ammontare di riserve in dollari del Giappone all’epoca della guerra del Golfo era di circa 70 miliardi di dollari.
La situazione anche in questo caso può apparire ben diversa. Il problema non consisteva nella paura di inflazione, ma nella possibilità di sfruttare economicamente una spesa così enorme che poteva far ripartire alcuni settori produttivi stagnanti e risollevare una crisi strutturale. Si assiste oggi agli effetti prodotti dal mercato finanziario, che aveva assorbito investimenti non impiegabili nella produzione, dopo le bolle speculative degli anni è ’90.

La fase di contrazione materiale che aveva trovato sbocco, per i capitali eccedenti, nell’alta finanza (non è un caso la generalizzata deregulation in campo finanziario sul finire del XX scolo) esigeva l’alternativa concreta di un’espansione produttiva. Un paio di centinaia di miliardi di dollari non sono poca cosa. Fioccano commesse, si muove la rete economica che vi sta attorno. E non si dimentichi che gli investimenti militari hanno sempre sorretto l’economia statunitense non solo durante le due guerre mondiali.
L’appoggio tanto accorato (la complicità) del Regno Unito alla guerra in Iraq va visto nella prospettiva di accordi economici e commerciali privilegiati che dovevano seguire ad una possibile, quanto vana come è noto, ricostruzione economica: rimuovere le macerie di un paese distrutto frutta sempre per qualcuno altri miliardi di dollari. E l’Inghilterra non poteva permettersi di perdere terreno in Europa. 

Il petrolio, inoltre, rappresenta oltre il 50% del consumo energetico della Terra: esso resterà ancora per parecchi anni a venire la maggiore risorsa di energia esistente e più facilmente sfruttabile nonostante si continui a parlare di risorse alternative. Questo ne fa il più potente strumento di controllo economico. Il controllo dei pozzi di petrolio significa anche controllo del prezzo del petrolio di conseguenza controllo, appunto, dell’economia mondiale. Ma quale minaccia più spaventosa per gli Stati Uniti! Altro che terrorismo! Se la guerra all’Iraq non fosse stato un affare le multinazionali e le banche non sarebbero sorte contro tale follia? Il Capitale prospera con le guerre chi ci rimette è l’altra parte del mondo: i lavoratori, i dannati del pianeta, chi vive con meno di un dollaro al giorno. Con l’aumento del prezzo del petrolio si può ricattare l’economia di un intero paese e chi vive nel ricatto sono i lavoratori! 

L’altra faccia della medaglia era che la guerra all’Iraq legittimava [e ha in effetti legittimato] agli occhi di centinaia di milioni di diseredati, poveri e sfruttati l’alternativa politica dei Bin Laden o altri aspiranti dittatori, anche una volta messo da parte il sanguinario Saddam, che forse non ha fece più vittime delle strategie di embargo impiegate dagli Stati Uniti e dagli ”stati servi”.
Non è tutto qui, c’è di peggio! 
La teologia salvifica e la sua logica perversa, a cui hanno anche aderito i paesi europei con la guerra “umanitaria” nella ex Jugoslavia, sta facendo rientrare nella normalità quotidiana aberrazioni di una convivenza (in)civile, che si ha il coraggio, la disonestà e l’indecenza di chiamare democrazia!

Come osservava Hobsbawn 1<<(…) questo secolo ci ha insegnato, e continua a insegnarci, che gli uomini possono imparare a vivere nelle condizioni più brutali e teoricamente intollerabili, non è facile cogliere fino a che punto (purtroppo in misura sempre crescente) vi sia stato un regresso verso ciò che i nostri antenati ottocenteschi avrebbero definito barbarie>>.
Questa barbarie si chiama disonestamente <<ordine mondiale>> e serve a mascherare l’egemonia americana e i delitti del Capitale.
Di fronte a questa barbarie i lavoratori debbono e possono fare qualcosa. Questo qualcosa è riprendere la lotta di classe che oggi con la internazionalizzazione del Capitale a maggior ragione non può non essere mondiale. Le false promesse del benessere per tutti avevano convinto qualcuno che questo fosse veramente l’unico mondo possibile. Oltre vent’anni  di neoliberismo hanno inasprito e aggravato il conflitto e il divario tra nord e sud del mondo, tra centro e periferia del mondo. All’interno dello stesso centro è cresciuto il divario economico tra le élite dominanti e la classe lavoratrice che assiste al sistematico annullamento delle conquiste del passato.
Lo sfacelo economico di questi ultimissimi anni sembra aver fatto dimenticare che le strategie di conflitto sul piano mondiale vanno ricercate nelle logiche di conservazione del capitale e delle classi dominanti capitalistiche, e dei sui servi.
Occorre opporsi ai massacri delle guerre combattute con gli eserciti, ma anche alle guerre del Capitale contro il lavoro. Gli strumenti per combattere sono lo sciopero generale, le manifestazioni, l’autorganizzazione, la lotta sui posti di lavoro. Non possiamo aspettare ancora!

1 Già citato in 

Meglio chiarire da subito. Premesse a sucessive considerazioni

giovedì 28 giugno 2012

Ipotesi sul comunismo. Ecco un effetto positivo della crisi!


A parte la stampa borghese per la quale, dal momento che tutti i mass media la rappresentano, non sono necessarie citazioni pullulano un po' ovunque considerazioni ed analisi intorno ad una prospettiva futura possibile, praticabile, sperabile o auspicabile di passaggio ad un nuovo sistema di cose. Ecco un effetto positivo, tra tutti i disastri e gli sconquassi prodotti, che l'attuale crisi acuta del capitale è riuscita ad ottenere.
La ripresa del dibattito sulla necessità di una svolta storica verso il socialismo, a parte considerazioni dotte e dialettiche utili a dargli forza, eccita in me un profondo godimento nel confutare gli idioti che lo davano ormai per morto.

http://www.laclasseoperaia.blogspot.it/
Non so se per altri sia accaduta nel quotidiano la medesima cosa, ma ho dovuto sopportare ancora in questi recentissimi anni teste vuote che attribuivano lo sfascio sociale e culturale, oltre che la colpa di aver prodotto un sistema malato in cui i giovani non hanno futuro, alle lotte e alle aspirazioni di chi negli anni '70 sognava “l'immaginazione al potere”. Ora è vero che di stronzate se ne sono dette e fatte in buona quantità, ma chi giudica le lotte socialiste appunto degli anni '60 e '70 non le vuol giudicare dall'interno, ma più banalmente e stupidamente si erge ad arbitro ed esperto senza saper esattamente ciò che è accaduto e quel che si è vissuto. Questo m'infastidisce, non il dialogo e il reciproco riconoscimento delle stupidaggini commesse.

Ora, i caratteri economici, culturali e sociali affermatisi in ogni angolo del pianeta hanno diffuso non solo un modo di produzione, ma schemi mentali e stili di vita che potranno estinguersi solo attraverso un mutamento di cui non ci è, probabilmente, nemmeno possibile intravedere i tratti distintivi così come i nostri antenati non avrebbero mai potuto concepire la nostra condizione attuale.
Credo che, in ultima analisi, uno degli errori che commettiamo frequentemente sia lo stesso di chi in passato vagheggiava la “Città terrena” senza considerare che per quanto possiamo sforzarci di immaginare soluzioni attendibili “volenti o nolenti possiamo pensare solo col pensiero che ci è contemporaneo” 1, andare oltre è una deviazione idealistica, un’illusione nella quale non ci si dovrebbe cullare, il che non significa che non si debbano costruire progetti.

Questa “chiacchierata” vuol essere di stimolo e semplicissima introduzione all'articolo Ipotesi sul comunismo. Note per una discussione /1 di Fabio Raimondi apparso in Scienza & Politica. Per una storia delle dottrine e ripreso su http://www.sinistrainrete.info/
Cito il cappello introduttivo, che offre già il senso di continuità con gli articoli già proposti su questo blog sia per quanto riguarda i miei più modestissimi post sia per i più importanti interventi sempre di Sinistrainrete.

Parlare di comunismo oggi potrebbe sembrare un gesto desueto, per non dire nostalgico, una postura estetizzante e provocatoria o, peggio, la progettazione astratta di un’utopia. Non è così. Nonostante il tema sia del tutto escluso dal dibattito pubblico, esso è presente in alcune delle riflessioni politiche più interessanti del nostro tempo e si presenta come un modo per provare a capire le trasformazioni che stanno segnando il periodo di crisi in cui viviamo. La decisione di proporre una serie di affondi sul comunismo risponde al bisogno di confrontarsi con un discorso esigente e strutturato, anche se rimosso dalla fine del socialismo reale, per capire se può darci strumenti utili a entrare nel futuro comprendendo il passato e aggredendo il presente della crisi della globalizzazione capitalistica, ma anche quello della falsa alternativa dei «beni comuni» e del «soggetto mite».

Quali risposte dare per trasformare l'attuale stato di cose (discorso che si lega alla potenzialità di cambiamento) credo sia possibile solo considerando una visione d'insieme della condizione economica e politica mondiale. Pensare che a priori questo o quell'intervento “intranazionale” siano essenziali o meno mi pare fuorviante.
Certo esiste la necessità di azioni circoscritte e dipendenti dalla realtà locale e dalla comprensione della dimensione sociale ed economica regionale, ma il credere che esistano soluzioni buone su scala nazionale senza tenere conto di ciò che accade nelle politiche internazionali sarebbe insensato.
Se esista una via d’uscita nel futuro prossimo venturo dunque non saprei, d’altronde sarebbe pura presunzione affermare di conoscerla, indicarne una, inoltre, significherebbe sapere quale sarà il “soggetto della trasformazione” e ancor più difficile la risposta se, come sono convinto, il problema non può essere solamente politico ed economico, ma, anche umano, e tale presupposto costringe la risposta fuori della portata del singolo.

Credo non serva un’ipotesi politica, scaturita magari da qualche “governo” di destra o di sinistra, che derivi dalle logiche antagoniste abbondanza/scarsità o ricchezza/povertà soluzioni economiche, ma una progettualità collettiva in grado di connettere le diverse istanze sociali partendo dal basso, e che sappia anche andare oltre l’illusione della redenzione. Ma il credere che non serva un'ipotesi di tal fatta non significa credere che la risposta non debba essere principalmente politica e che se ne possa fornire una di tipo olistico (si veda Carlo Donolo: L’olismo politico è sempre reazionario). Il senso è semmai: la risposta non può provenire dalla politica legata alle logiche di potere.

Per concludere vorrei riflettere su un’affermazione di Braudel. 2
Braudel afferma che “se per Marx sono gli uomini a fare la storia” per lui “è la storia a fare gli uomini.”
Personalmente credo siano corrette ambedue le affermazioni non solo per il motivo che gli uomini costruiscono il proprio futuro attraverso ciò che “trovano immediatamente davanti a sé”, e non potrebbe essere altrimenti, ma in ogni caso relativamente a ciò che trovano è loro dato scegliere. E, ancora, non solo perché ciò che gli uomini trovano sono circostanze che essi non hanno scelto e solo in base a quelle possono agire e quell’agire è determinato da modelli economici e culturali, ma per lo strano motivo che l’uomo fa anche la Storia, scrivendola, analizzandola, interpretandola e criticandola con l’effetto che pur non essendo vero ciò che crede (potenzialmente a volte può essere vero e a volte falso) la modifica determinandola e può agire successivamente a “condizione” di ciò che è il risultato di quelle attività, oggi come ieri.

Da parte mia credo sia falsa l’idea che esista una tendenza innata a soddisfare in modo del tutto egoistico le proprie passioni ché implicherebbe una natura umana  orientata al particolarismo e all’individualismo, e in questo modo le possibilità di cambiamento sarebbero assai scarse. Ma anche in tal caso le risposte sono molto più articolate di una elementare separazione tra individualismo e socialità del 'essere' dell'umanità.
Credo, inoltre, che il mutamento dovrebbe passare attraverso il problema del come risolvere la complessità senza degenerare nella barbarie.

Per concludere, davvero: la Storia, ma ripeto quasi pedissequamente cose già dette – quella vissuta dal proletariato, dagli oppressi e dagli sfruttati in generale - è una truffa e una frode costruita da chi in maniera predatoria ha espropriato ciò che era di tutti, dell’umanità e di ogni singolo per conquistare e mantenere un potere, che al contrario di quello che per mezzo della cultura ha fatto credere immanente alla realtà ed ineluttabile, è stato invece soltanto inesorabile. Ecco, la differenza rispetto al passato. E' forse giunto il momento in cui si apre questa possibilità di comprensione alla maggior parte delle persone che vivono sulla faccia della terra tale tragico “destino”?

1 Parafrasando Foucault. Il passaggio è tratto da “Le parole e le cose” il quale dice esattamente – (…) il pensiero che ci è contemporaneo e con il quale, volenti o nolenti, pensiamo, è ancora ampiamente dominato (…) dall’impossibilità (…) di schiudere il campo trascendentale della soggettività (…)” pag. 271

2 La citazione esatta è: “Marx sbaglia quando dice che gli uomini fanno la storia. E’ più sicuro che sia la storia a fare gli uomini. E che questi la subiscano.” - Fernand Braudel - I tempi della storia : economie, società, civiltà - Dedalo 1986 - pag. 116. Non intendo soffermarmi sul fatto che la concezione di Marx, secondo me, andrebbe letta diversamente anche se l’autorità intellettuale di Braudel potrebbe far ritenere che tale fosse l’idea di Marx. D'altronde Marx afferma per esempio in “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte” - Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. - In tal modo il senso dell’affermazione “Gli uomini fanno la propria storia” ha un carattere meno perentorio. Comunque stiano le cose mi servo dell’esempio unicamente per considerare due posizioni diametralmente opposte.

sabato 23 giugno 2012

Capitalismo in decomposizione



Tutto crolla, il centro non regge più;
Si scatena nel mondo l’anarchia,
Dilaga la marea del sangue e ovunque
Il rito dell’innocenza annega…
                          Yeats


E’ evidente che la riorganizzazione del capitale sul piano dell’accumulazione richiede una diversa dislocazione geografica sotto tutti gli aspetti: produttivi, finanziari, strategici. Potremmo dire che la cosiddetta accumulazione flessibile richiede, per contro, una flessibilità geografica e in maggiore rilevanza per il potere finanziario. La conseguenza di questa trasformazione può essere definita in diversi modi, possiamo, se vogliamo, chiamarla anche globalizzazione, ma in altri termini sono tentativi di trovare nuovi equilibri, in senso lato, per rendere stabile il capitale. Molti degli effetti a livello mondiale sono palesemente visibili.
Accenniamo, non seguendo un ordine di importanza, ad alcuni di questi effetti.

  • L’estrema mobilità geografica del capitale richiede flessibilità nella produzione e in conseguenza ristrutturazione del mercato del lavoro.
  • La deregolamentazione finanziaria, per far fronte alla crisi, conduce a una straordinaria instabilità dei mercati in primo luogo azionari.
  • La crisi del capitale monopolistico porta a una nuova offensiva verso i lavoratori dunque a forme più repressive di organizzazione del lavoro, accrescendo lo sfruttamento selvaggio e, non da ultimo, a un maggior ricorso alla manodopera femminile, storicamente meno sindacalizzata.

Certo, lo scenario è complesso: alla proletarizzazione e/o sottoproletarizzazione in alcune regioni del pianeta possono corrispondere privilegi, maggiore remunerazione e nuove forme di aristocrazia del lavoro in altre regioni e nel contesto delle stesse profonde divaricazioni tra povertà e ricchezza. I tentativi di soluzione della crisi comportano a loro volta danni per lo stesso capitale. Per citare un esempio è sufficiente osservare come la diversificazione dei mercati e la proliferazione di nuovi strumenti finanziari 1 (swap, option e ogni tipo di derivati con funzioni speculative) e la conseguente necessità di controllo sui flussi internazionali, uniti all’incalzante informatizzazione e lo sfrenato utilizzo dell’alta tecnologia, finisce per aumentare i crimini finanziari. Aumento incontrollato della velocità di comunicazione e di informazione ed euforia degli iperprofitti della finanza virtuale hanno prodotto effetti devastanti. Effetti non voluti sul piano valutario, servisse un ulteriore esempio, innescano crisi che impediscono all’alta finanza di esercitare il dovuto controllo della ridistribuzione dei rischi che facendo saltare misure di coordinamento dei mercati provocano nuovi conflitti e nuove crisi.
Tutto ciò non è, però, strettamente deterministico né è inevitabile la flessibilità del lavoro imposta dal capitale: i lavoratori possono opporsi alla loro precarizzazione e al depuperamento e non subirlo passivamente.

Parlare di riorganizzazione del capitale e di accumulazione flessibile, inoltre, non significa andare dietro alla moda delle teorie post-fordiste. Riduzione della produzione manifatturiera e trasformazione del paradigma organizzativo convivono in zone geopolitiche diverse del mondo con i loro contrari, i sistemi produttivi tradizionali (tayloristi), dei paesi più poveri. Se prendiamo in considerazione che il totale delle merci prodotte in generale è superiore al passato, che l'insieme della materie prime utilizzate nel ciclo produttivo sono maggiori, che il prodotto lordo (escluse le congiunture, considerando piuttosto la lunga durata) è in aumento ovunque, non sembra che il mondo sia in una fase di deindustrializzazione, ma questo non significa misconoscere la realtà della ristrutturazione del capitale e la tendenza al controllo dei servizi sociali.

Apparentemente riforme sul piano istituzionale nazionale e conflitti militari 2 non hanno legami. Ma se guardiamo bene “aggressione” ai servizi pubblici (scuola, sanità, previdenza) e aggressione militare nelle zone geostrategiche sono soltanto aspetti diversi della stessa "dottrina". La pressione del WTO sugli stati nazionali e la progressiva privatizzazione e liberalizzazione sostenuta ed esercitata dalle compagnie multinazionali costituisce un ulteriore attacco al controllo pubblico delle risorse, prime tra tutte le risorse idriche che giocheranno, al pari delle risorse energetiche, un ruolo essenziale nel futuro fosco del nostro pianeta. E tutto ciò sta trasformando radicalmente anche il senso della nostra vita. Non è catastrofismo: chi lo pensa dovrà subirne comunque le conseguenze!

Nel lungo articolo Capitalismo in decomposizione? Marco Sacchi risale la Storia in un percorso sintetico che descrive l’alternanza dell’affermazione, consolidamento e decadenza dei vari sistemi di dominio per giungere ad esporre la logica intrinseca della fase di decomposizione del sistema borghese capitalistico distinguendola dalla semplice fase di decadenza.
Tra le tendenze che caratterizzano il “sostegno” da parte del proletariato al sistema attuale nella sua fase di crollo Marco Sacchi  riporta alcuni punti. Cito testualmente

Non bisogna trascurare l’influenza delle illusioni democratiche nella classe operaia. Ci sono diversi motivi del preservarsi di queste illusioni: 

1) Il peso all’interno di questi movimenti di strati sociali non proletari molto recettivi alle mistificazioni democratiche e all’interclassismo.
2) La potenza delle illusioni democratiche ancora presenti nella classe operaia.
3) La pressione della decomposizione sociale e ideologica sociale del capitalismo che favorisce la tendenza a cercare rifugio in un’entità “al di là delle classi e dei conflitti”, cioè lo Stato, che si presume potrebbe apportare un certo ordine.

Ciò che pare decisamente interessante ed essenziale, in effetti, è capire il motivo del consenso politico e sociale al sistema esistente di quelle categorie che più hanno da perdere dalla crescente affermazione della società tecnologica imposta dal Capitale attraverso ideologie neoliberiste che hanno fato scivolare in quest’ultimo ventennio le classi lavoratrici in un vortice che trascina sempre più in basso, perché è grazie a questo consenso diffuso che è possibile il perpetuarsi dei rapporti di dominio. In un saggio poco conosciuto Zigmunt Bauman indica in modo chiaro quale logica conduce all’effetto perverso che trasforma le vittime in carnefici di se stessi

I più numerosi tra i movimenti di protesta sociale cui la modernità da vita sono di gran lunga quelli che chiedono la ridistribuzione dei profitti, non la revisione della definizione di profitto o la distruzione del meccanismo di realizzazione del profitto. L’autorità della modernità e tutti i suoi articoli di fede escono rafforzati da questo genere di competizione. Pochi sono così entusiasti delle sue virtù come le sue vittime, e pochi (forse nessuno) sono così condiscendenti verso le sue pretese come coloro che sperano sia il loro turno nella rotazione del privilegio.” 3 

Ritengo, anche se andrebbe approfondita, che questa spiegazione riesca a scavalcare il funzionalismo ingenuo di alcuni marxismi che avrebbero la pretesa di spiegare tutti i comportamenti unicamente attraverso una logica lineare insita nei rapporti di produzione senza fare i conti con fattori complessi che non escludono anche effetti psicologici da cui a volte non è possibile fare astrazione.4  Finché esisterà un qualche consenso, quindi, al sistema sociale ed economico attuale non pare possibile eliminare ingiustizie, privilegi e dominio e si va alla ricerca di una soluzione che modifichi i rapporti dominanti/dominati quando in realtà lo scopo dovrebbe esser quello di eliminare questo ordine.


 1 In Italia, ad esempio, a partire dal 2002, dopo la grave crisi della “bolla speculativa” è possibile acquistare e vendere anche una sola azione sul listino principale di Piazza Affari. Inoltre, dal dicembre dello stesso anno, sono cambiate le modalità di negoziazione: è stata introdotta un'asta di chiusura delle proposte di negoziazione con modalità di esecuzione, le cosiddette Vac (valide solo in asta di chiusura). Il Mib storico nel dicembre 1999 era di oltre 28.000 punti nel febbraio del  2004 andò sotto i 20.000 mentre nel marzo 2009 scese addirittura sotto i 13.000.
  2 Si pensi ad esempio alle varie riforme nel campo dell’istruzione (scuola e università) portate avanti in questi anni e ai conflitti geopolitici ed economici come la guerra in Iraq, Afghanistan, ecc..
  3 Z. Bauman - Le sfide dell'etica - Feltrinelli 1996 - pag.220
  4 E questo non significa negare che la “vita sociale” nella sua più ampia accezione sia determinata dai rapporti sociali di produzione.


lunedì 28 maggio 2012

Ho accennato in modo sparso in alcuni articoli precedenti (per esempio in Premesse a sucessive considerazioni.) ad alcune determinazioni storiche che, a mio avviso, hanno portato all'attuale fase del sistema capitalistico1.Nell'articolo che segue mi soffermerò su alcuni approfondimenti relativi al cambiamento culturale prodotto dall'imporsi della morale borghese in alcuni aspetti sociali.

"Da quando [il denaro] è diventato l’equivalente generale supremo (ciò a cui tutto fa capo e in cui tutto si riassume) favorendo lo scambio generalizzato delle merci (e di ogni servizio o anche di ogni condotta umana suscettibile di essere quantificata, cioè di prendere la forma di una merce) e svolgendo un ruolo essenziale nei processi di distinzione e di gerarchia, esso si insinua nei pori della società e le imprime il suo stile." [“Il denaro sacro feticcio” E. Enriquez]

Uno dei processi che ha permesso la sacralizzazione del denaro può essere individuata nel fenomeno definito di secolarizzazione della società. Il passaggio del monopolio della verità e della divinità da parte della religione e dalla sua supremazia, se non sulla società sull’uomo, alla società cosiddetta laica, dunque borghese.
Con il passaggio dal feudalesimo alla modernità inizia quell’accelerazione degli scambi che determina una maggiore interdipendenza economica tra gli individui e si avvia sotto il profilo sociale e culturale il processo di secolarizzazione della società.

Maggiore numero di rapporti, stessa o maggiore quantità di lavoro in un periodo più breve divengono caratteristiche peculiari del nuovo sistema. Concorrenza, status sociale e altri fattori spingono a favorire l’attività (plus-lavoro) anche senza costrizione fisica, è il lavoro senza minaccia fisica che dà il via all’appropriazione ed espropriazione delle risorse altrui da impiegare nell’accumulazione e nel reinvestimento per mantenere gli impieghi e riprodurre l’attività.
Pur se in modo molto impreciso potremmo dire che per gran parte del XIX secolo il disprezzo della chiesa per il nuovo, per il mutamento, per il progresso in genere è teso a mantenere viva l’autorità e la grandezza dell’antichità (il primato degli antichi), simbolo mito di un’epoca di luce, espressione e manifestazione di un’ispirazione divina, che sovrasta il tempo presente, secolare, terreno.

La chiesa sacralizza il tempo, diviene in questo modo custode del tempo e dunque custode di ciò che quel tempo rappresenta di buono secondo la propria morale. Con la venuta del Cristo il millennio diviene attesa della redenzione, il tempo vissuto ha significato solo in virtù della sottomissione al disegno divino essendo il tempo la rappresentazione del sacro. [cfr. Kumar, Krishan - Le nuove teorie del mondo contemporaneo: dalla società post-industriale alla società post-moderna - G. Einaudi – 2000]
L’ottocento nonostante tutto conserva la distinzione tra modernità e critica alla modernità. Il culturale e l’economico sono ancora percepiti come separati. Dimensione culturale, sociale, economica sono strutture che seguono logiche diverse mentre nell’epoca attuale del “tardo capitalismo”2 - per usare l’espressione di Ernest Mandel - cultura, economia, società si fondono. Cultura e commercio si compenetrano, l’uno alimenta l’altra.

La mercificazione della cultura non è che un aspetto. Va rilevato che la cultura non è soltanto oggetto ma al tempo stesso diviene soggetto del processo di accumulazione. Se da un lato gli eventi artistici (per esempio i concerti) sono oggetto di big business dall’altro lato l’industria diventa culturale (per esempio l’istruzione: le enciclopedie nella versione informatica possono essere considerate un caso emblematico ancor più della forma cartacea), la pubblicità metaforicamente può rappresentare bene questa logica: cultura e prodotto sono due parti non scomponibili. Il prodotto si trasforma in stile di vita, l’immaterialità del prodotto è trasformata in merce.

La cultura (o come suggeriscono alcuni la “s-cultura”) è essa stessa merce. Cultura ed economia divengono parti integranti l’una dell’altra. In questo caso i rapporti di produzione non sono più così spesso mediati da strumenti di produzione materiali come in passato. Da qui nasce la confusione della teoria del "Capitalismo cognitivo" come modo di produzione reale. In realtà affermare che è l’idea ad essere venduta è puramente retorico, ciò che produce profitto sono i mezzi di produzione con i quali l’idea diventa merce vendibile su di un mercato che funziona attraverso rapporti reali tra domanda e offerta.

Con il XX secolo si compie il processo di secolarizzazione. L’indistinguibilità tra culturale ed economico consente al paradigma borghese di prendere il sopravvento sulla religione e l’appropriazione del tempo sacro diviene prerogativa dell’utopia capitalistica e borghese. Il capitalismo scopre la possibilità di “vendere” la propria realizzazione terrena attraverso un’escatologia del proprio fine.
La tecnica e i progressi della scienza borghese cambiano, cambiando anche i criteri di valutazione della spazialità, la percezione del tempo umano. Riconfigurando le relazioni spaziali in termini di spostamento, di distanza, il tempo si modifica in funzione di quella stessa rete di comunicazioni e rapporti. Tutto ciò non si verifica in modo virtuale ma attraverso la materialità degli oggetti usati.

Gli oggetti della tecnica mutano la percezione reale delle sensazioni: condurre un’automobile permette di percepire il mondo circostante attraverso i finestrini come immagini che scorrono su uno schermo. La velocità non è più percepita con il senso del pericolo, diventa un gioco. [cfr. Paul Virilio - L'orizzonte negativo : saggio di dromoscopia - Costa & Nolan – 1986]
Maggiori sono le possibilità di movimento, minore diviene il tempo a disposizione. Si potrebbe dire che il tempo si contrae a mano a mano che lo spazio implode nel movimento. Quando lo spostamento è a velocità delle luce delle fibre ottiche annulla lo spazio e si moltiplicano all’infinito le possibilità di movimento: non abbiamo più tempo per fare niente. Tutto si riduce al periodo in cui quelle stesse possibilità vengono ridotte drasticamente, è anche il caso del lavoro. Divenendo il lavoro sempre più legato agli spostamenti spaziali si produce l’impressione di non essere riusciti a raggiungere tutti gli obiettivi e i compiti che ci si era fissati.

Il tempo è nuovamente sacralizzato e dunque il capitalismo crea la propria religione. I professionisti del libero mercato, gli esperti di tutte le specialità, sia finanziarie, sia economiche, sia dell’informazione e della comunicazione sono i santoni della nuova religione. Pastori di anime votate al consumo e alla produzione. I santuari sono le banche e i McDonald, le cattedrali sono TV dove tutte le sere si celebrano rituali a cui assistono miliardi di persone in tutto il mondo. La loro dottrina prevede principi, valori e dogmi. I principi sono spesso tratti dalle socio-tecniche che informano l’organizzazione aziendale.

I valori sono l’efficienza, la professionalità e l’etica meritocratica regola le norme precettive del nuovo idealismo kantiano, il mercato diventa un dogma. Questa religione è totalitaria e totalizzante. Per l’importanza economica che rivestono le multinazionali il nuovo fascismo del XXI secolo non è più il socialismo nazionalista, ma la “socializzazione multinazionale”. [cfr. Benjamin R. Barber - Cultura McWorld contro democrazia - Le Monde Diplomatique/Il Manifesto Settembre 1998]

1 Il termine capitalismo è sovente in ambito marxista utilizzato in senso improprio e fonte di ambiguità e imprecisioni. Propongo la lettura della relativa voce su Wikipedia che mi pare abbastanza chiara ed esauriente.
2 L'espressione (o definizione?) è stata ripresa da vari autori. Si veda p. es. Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson

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