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martedì 22 marzo 2022

Alcune riflessioni sulla Storia

 

Avvertenza.

Questo articolo può essere considerato a tutti gli effetti una lunga nota a quello precedente

https://umanitapolitica.blogspot.com/2022/03/la-cina-e-vicina.html

di cui si consiglia la lettura.


§


Si potrebbe dire che con la crisi del 2008 la libertà negli USA si è ridotta ancora di più?

E quali cambiamenti ha prodotto nel controllo del sistema del capitale?

Cosa accadrà alla prossima crisi?

Ha un senso cercare le spiegazioni delle crisi del sistema?

Se si comprendono i motivi è possibile intervenire in modo che non si verifichino di nuovo?

E ancora: sarebbero evitabili o hanno carattere deterministico?


Il tipo di risposte possibili danno una prospettiva diversa al problema storico e alla conseguente sua concezione.

Poniamoci ad esempio la domanda: è possibile comprendere il motivo delle crisi economiche e si possono evitare in caso positivo?

Ammettiamo che si siano scoperte le ragioni che le determinano: è possibile evitarle?1

Soffermiamoci solo al “sì” o “no” di quest’ultima domanda.

Se rispondiamo “sì” significa che potremmo intervenire deterministicamente sugli eventi futuri. In che modo? Se le crisi sono prevedibili e viene impedito che si verifichino la storia proseguirà con eventi diversi.

Se rispondiamo “no” significa forse che il futuro non è determinabile?

Dipende.

Se rispondere “no” vuol dire semplicemente che il sistema nel suo complesso non ammette soluzione perché le crisi sono parte costitutiva del sistema stesso concepiamo comunque una storia deterministica. Se non possiamo impedirle significa che il sistema procederà in un modo determinato. In altri termini esiste un qualche tipo di dinamica interna al sistema che non possiamo cambiare.

Se rispondiamo “no” nel senso che non siamo ancora in grado di risolverle non facciamo altro che ritornare al “sì”. Dunque non siamo ancora in grado, ma potremo esserlo in un futuro. Allora la storia è deterministica per gli stessi motivi citati sopra.


Il problema che concerne l’idea che la storia possa essere regolata da leggi [e quindi essere deterministica] se non è spinta all’estremo (storicismo radicale) può avere un qualche tipo di dimostrazione. A mio avviso il problema deve essere interpretato diversamente dall’ammettere che esistano leggi storiche accertabili. O, per dirla con Popper, falsificabili.

La questione che riguarda i processi storici, però, è alquanto diversa. Ed è, a mio avviso, ciò che deve interessare per comprendere la sua possibile evoluzione nel futuro.

Gli uomini nel contesto di determinate condizioni storiche non hanno di fronte a loro infinite possibilità di risoluzione dei conflitti o di qualsiasi altra criticità (comprese crisi economiche o finanziarie). Sono dominati e condizionati da vincoli di varia natura (condizioni economiche, sociali, culturali) e dunque reagiranno a quelle determinazioni in modo simile in base alle effettive possibilità2.

I conflitti sociali per esempio non offrono milioni di modi diversi per essere pacificati (nel caso s’intendano pacificare): il compromesso è l'unico modo, pur potendo essere realizzati con metodi e tempi diversi.

E, ovviamente, non è detto che quel particolare conflitto venga in qualche modo pacificato pur essendovi la volontà di perseguire la pacificazione, ma sapremmo che in determinate condizioni non era stato possibile risolverlo.

L'altro metodo di risoluzione di un conflitto è la repressione, ma la logica non cambia. La repressione determinerà degli effetti futuri che potrebbero essere  di diverso tipo: politici, sociali, economici, ecc..

Non esiste, mi pare, un periodo storico in cui non si siano verificati conflitti, anche se per ragioni diverse. Questi movimenti determinano una tendenza di sviluppo nella storia umana. Non sono leggi storiche, ma processi leggibili e interpretabili attraverso la conoscenza dei fatti. La difficoltà legata all’interpretazione dei fatti non confuta la potenziale capacità di un’interpretazione obiettiva relativa allo sviluppo della cultura storica di quel dato momento.

Dalle lotte ottocentesche per la giornata lavorativa di 12 ore si è giunti allo statuto dei lavoratori non in un solo balzo, bensì passando attraverso diverse fasi. Attraverso un movimento di cui oggi possiamo vederne il dispiegarsi.

Nel riflettere su queste considerazioni mi è balzata in mente una corrispondenza con l’evoluzionismo. Non perché la storia debba essere necessariamente evoluzionistica e non intendo affermare tale concezione. Non soltanto perché non ne ho le competenze e le conoscenze necessarie, ma perché non credo a questa concezione dell’evoluzione umana in senso storico sociale.

Non c’è dubbio in ogni caso che dal punto di vista tecnico, scientifico e delle forze produttive si sia gradualmente passati da uno stadio in cui l’uomo era cacciatore-raccoglitore a costruire il supercomputer Fugako costituito da circa 159.000 server e una capacità di calcolo di oltre 400 milioni di miliardi di operazioni al secondo e in grado di predire gli Tsunami.

Ora, potrebbe essere relativamente vero che le scoperte siano casuali3, ma la casualità si avvera quando esistono le condizioni generali perché le renda possibili.

Perché parlo di evoluzionismo? Si consideri nella stessa misura l’evoluzione che ha portato all’attuale presenza dell’homo sapiens sapiens. La mutazione che ha portato alla sua comparsa sarà sicuramente casuale4, ma poteva prodursi prima dell’esistenza di quella sorta di scimmione bipede che ha popolato la terra in una determinata era storica?

Possiamo pensare che l’essere umano attuale regredisca per mutazione ad un nuovo scimmione bipede?

Allora, nella stessa misura, è possibile in qualche modo predire l’evoluzione dei processi storici?

Sarebbe stato possibile passare [senza fasi intermedie] direttamente dalla forma di economia presente nell’impero romano all’attuale sistema del capitale?

Dunque, ammesso che non esistano leggi storiche, mi pare che la storia umana segua comunque dei processi attraverso i quali è possibile individuare una tendenza nella sua evoluzione.

Trovo assurdo, quanto il pensare che l’attuale essere umano regredisca ad uno stadio scimmiesco, credere che i processi storici possano invertirsi o deviare tanto profondamente da una curva tendenziale al punto di procedere in modo casuale. Il fatto che le civiltà siano passibili di declino (e anche di questo abbiamo nozione) o che possa darsi il caso di una regressione sociale ed economica è un altro discorso. Potrebbe verificarsi una guerra nucleare che sconvolga completamente le condizioni presenti5, oppure l’avverarsi di eventi legati all’economia politica che facciano tornare indietro (in un modo che non sappiamo) le lancette della storia, ma dati eventi non prevedibili la curva tendenziale dei processi non ha ragione di cambiare.

Non è ridurre la Storia a un fatto naturale, ma la possibilità di predire la tendenza di un processo attraverso gli eventi che si sono succeduti nel tempo: riconoscere che esistono diverse fasi che non fanno balzi secolari. In linea generale mai avvenuti nella Storia oppure la storia che conosciamo è tutta falsa. Ipotesi a cui non è possibile credere.

Mi sembra lecito chiedersi: un supercomputer come Fugako potrebbe predire attraverso modelli matematici non solo il corso della storia entro certi limiti temporali, ma anche particolari eventi politici e sociali catastrofici?

Potrebbe essere inutile, forse, puntualizzare, dato il fine ristrettissimo di queste riflessioni, che la storiografia evenemenziale6 è di certo utile e importante, ma difficilmente porta alla luce l’insieme del movimento storico sottostante che può procedere in modo invisibile in un lungo arco di tempo.

Ciò che oggi ci appare estremamente dilatato e increspato tra due/tre secoli potrebbe apparici chiaramente attraversato da una curva la cui inclinazione non era manifesta.

La questione è: può essere intercettata quella curva?

Se “sì” in qualche modo la storia ha un corso deterministico se “no” la storia è del tutto caotica.

Pensare la storia per processi non è l’inveramento dello storicismo radicale.

Il prosieguo lo lascio al lettore.


1 Qui forse è opportuno fare una precisazione. Capire le ragioni delle crisi economiche periodiche del capitale non significa poterle evitare. Potrebbe essere possibile capirne le cause, ma non per forza potrebbero essere evitabili, e i motivi sono molti. Le crisi possono presentarsi con anticipo rispetto alla previsione oppure le condizioni reali-materiali potrebbero impedirne la risoluzione.

4 E non dimentico certo gli sviluppi della teoria dell’evoluzione di Darwin fino all’attuale teoria dell’evoluzione punteggiata.

5 Mentre scrivo la guerra in Ucraina è ancora in corso. Sono 10 milioni i cittadini fuggiti dalle loro case secondo TG24Sky. Si potrebbe avere la percezione che questa evento (sicuramente tragico) possa in qualche modo cambiare la storia. In realtà sono passati sotto i nostri occhi eventi altrettanto violenti e dolorosi soprattutto in medio oriente, ma agli occhi di qualcuno possono essere sfuggiti. Non penso sarà la guerra di Putin a cambiare il corso della storia: Gli effetti si vedranno negli equilibri internazionali e nelle strategie geopolitiche, come sempre, ma non intaccheranno il sistema del capitale che storicamente è ciò che conta in questo periodo storico.

lunedì 28 maggio 2012

Ho accennato in modo sparso in alcuni articoli precedenti (per esempio in Premesse a sucessive considerazioni.) ad alcune determinazioni storiche che, a mio avviso, hanno portato all'attuale fase del sistema capitalistico1.Nell'articolo che segue mi soffermerò su alcuni approfondimenti relativi al cambiamento culturale prodotto dall'imporsi della morale borghese in alcuni aspetti sociali.

"Da quando [il denaro] è diventato l’equivalente generale supremo (ciò a cui tutto fa capo e in cui tutto si riassume) favorendo lo scambio generalizzato delle merci (e di ogni servizio o anche di ogni condotta umana suscettibile di essere quantificata, cioè di prendere la forma di una merce) e svolgendo un ruolo essenziale nei processi di distinzione e di gerarchia, esso si insinua nei pori della società e le imprime il suo stile." [“Il denaro sacro feticcio” E. Enriquez]

Uno dei processi che ha permesso la sacralizzazione del denaro può essere individuata nel fenomeno definito di secolarizzazione della società. Il passaggio del monopolio della verità e della divinità da parte della religione e dalla sua supremazia, se non sulla società sull’uomo, alla società cosiddetta laica, dunque borghese.
Con il passaggio dal feudalesimo alla modernità inizia quell’accelerazione degli scambi che determina una maggiore interdipendenza economica tra gli individui e si avvia sotto il profilo sociale e culturale il processo di secolarizzazione della società.

Maggiore numero di rapporti, stessa o maggiore quantità di lavoro in un periodo più breve divengono caratteristiche peculiari del nuovo sistema. Concorrenza, status sociale e altri fattori spingono a favorire l’attività (plus-lavoro) anche senza costrizione fisica, è il lavoro senza minaccia fisica che dà il via all’appropriazione ed espropriazione delle risorse altrui da impiegare nell’accumulazione e nel reinvestimento per mantenere gli impieghi e riprodurre l’attività.
Pur se in modo molto impreciso potremmo dire che per gran parte del XIX secolo il disprezzo della chiesa per il nuovo, per il mutamento, per il progresso in genere è teso a mantenere viva l’autorità e la grandezza dell’antichità (il primato degli antichi), simbolo mito di un’epoca di luce, espressione e manifestazione di un’ispirazione divina, che sovrasta il tempo presente, secolare, terreno.

La chiesa sacralizza il tempo, diviene in questo modo custode del tempo e dunque custode di ciò che quel tempo rappresenta di buono secondo la propria morale. Con la venuta del Cristo il millennio diviene attesa della redenzione, il tempo vissuto ha significato solo in virtù della sottomissione al disegno divino essendo il tempo la rappresentazione del sacro. [cfr. Kumar, Krishan - Le nuove teorie del mondo contemporaneo: dalla società post-industriale alla società post-moderna - G. Einaudi – 2000]
L’ottocento nonostante tutto conserva la distinzione tra modernità e critica alla modernità. Il culturale e l’economico sono ancora percepiti come separati. Dimensione culturale, sociale, economica sono strutture che seguono logiche diverse mentre nell’epoca attuale del “tardo capitalismo”2 - per usare l’espressione di Ernest Mandel - cultura, economia, società si fondono. Cultura e commercio si compenetrano, l’uno alimenta l’altra.

La mercificazione della cultura non è che un aspetto. Va rilevato che la cultura non è soltanto oggetto ma al tempo stesso diviene soggetto del processo di accumulazione. Se da un lato gli eventi artistici (per esempio i concerti) sono oggetto di big business dall’altro lato l’industria diventa culturale (per esempio l’istruzione: le enciclopedie nella versione informatica possono essere considerate un caso emblematico ancor più della forma cartacea), la pubblicità metaforicamente può rappresentare bene questa logica: cultura e prodotto sono due parti non scomponibili. Il prodotto si trasforma in stile di vita, l’immaterialità del prodotto è trasformata in merce.

La cultura (o come suggeriscono alcuni la “s-cultura”) è essa stessa merce. Cultura ed economia divengono parti integranti l’una dell’altra. In questo caso i rapporti di produzione non sono più così spesso mediati da strumenti di produzione materiali come in passato. Da qui nasce la confusione della teoria del "Capitalismo cognitivo" come modo di produzione reale. In realtà affermare che è l’idea ad essere venduta è puramente retorico, ciò che produce profitto sono i mezzi di produzione con i quali l’idea diventa merce vendibile su di un mercato che funziona attraverso rapporti reali tra domanda e offerta.

Con il XX secolo si compie il processo di secolarizzazione. L’indistinguibilità tra culturale ed economico consente al paradigma borghese di prendere il sopravvento sulla religione e l’appropriazione del tempo sacro diviene prerogativa dell’utopia capitalistica e borghese. Il capitalismo scopre la possibilità di “vendere” la propria realizzazione terrena attraverso un’escatologia del proprio fine.
La tecnica e i progressi della scienza borghese cambiano, cambiando anche i criteri di valutazione della spazialità, la percezione del tempo umano. Riconfigurando le relazioni spaziali in termini di spostamento, di distanza, il tempo si modifica in funzione di quella stessa rete di comunicazioni e rapporti. Tutto ciò non si verifica in modo virtuale ma attraverso la materialità degli oggetti usati.

Gli oggetti della tecnica mutano la percezione reale delle sensazioni: condurre un’automobile permette di percepire il mondo circostante attraverso i finestrini come immagini che scorrono su uno schermo. La velocità non è più percepita con il senso del pericolo, diventa un gioco. [cfr. Paul Virilio - L'orizzonte negativo : saggio di dromoscopia - Costa & Nolan – 1986]
Maggiori sono le possibilità di movimento, minore diviene il tempo a disposizione. Si potrebbe dire che il tempo si contrae a mano a mano che lo spazio implode nel movimento. Quando lo spostamento è a velocità delle luce delle fibre ottiche annulla lo spazio e si moltiplicano all’infinito le possibilità di movimento: non abbiamo più tempo per fare niente. Tutto si riduce al periodo in cui quelle stesse possibilità vengono ridotte drasticamente, è anche il caso del lavoro. Divenendo il lavoro sempre più legato agli spostamenti spaziali si produce l’impressione di non essere riusciti a raggiungere tutti gli obiettivi e i compiti che ci si era fissati.

Il tempo è nuovamente sacralizzato e dunque il capitalismo crea la propria religione. I professionisti del libero mercato, gli esperti di tutte le specialità, sia finanziarie, sia economiche, sia dell’informazione e della comunicazione sono i santoni della nuova religione. Pastori di anime votate al consumo e alla produzione. I santuari sono le banche e i McDonald, le cattedrali sono TV dove tutte le sere si celebrano rituali a cui assistono miliardi di persone in tutto il mondo. La loro dottrina prevede principi, valori e dogmi. I principi sono spesso tratti dalle socio-tecniche che informano l’organizzazione aziendale.

I valori sono l’efficienza, la professionalità e l’etica meritocratica regola le norme precettive del nuovo idealismo kantiano, il mercato diventa un dogma. Questa religione è totalitaria e totalizzante. Per l’importanza economica che rivestono le multinazionali il nuovo fascismo del XXI secolo non è più il socialismo nazionalista, ma la “socializzazione multinazionale”. [cfr. Benjamin R. Barber - Cultura McWorld contro democrazia - Le Monde Diplomatique/Il Manifesto Settembre 1998]

1 Il termine capitalismo è sovente in ambito marxista utilizzato in senso improprio e fonte di ambiguità e imprecisioni. Propongo la lettura della relativa voce su Wikipedia che mi pare abbastanza chiara ed esauriente.
2 L'espressione (o definizione?) è stata ripresa da vari autori. Si veda p. es. Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson

mercoledì 23 maggio 2012

Meglio chiarire da subito. Premesse a sucessive considerazioni


Eh si...meglio chiarire da subito alcuni concetti, come dire "patti chiari amicizia lunga".

Prima di proseguire con successive riflessioni vorrei porre delle premesse per non essere frainteso. Capiterà sovente in questo blog di leggere considerazioni che in qualche modo implicano l’idea (o il concetto) di progresso che danno per assodata una logica di evoluzione nell’esistenza della civiltà umana. 

Il senso in cui io intendo evoluzione però, non va confuso, tengo a precisare, con l’idea kantiana di sviluppo umano. L’umanità non risponde a una sorta di legge universale o, meglio, ad un insieme di leggi universali. L’umanità non giunge ad uno stadio di adulto dopo una fase infantile dove necessità di esser presa per mano, come, appunto, un bambino che si smarrisce senza il genitore.

L’illuminismo prima e il positivismo poi, hanno trasmesso un’immagine del progresso e dello sviluppo umano come processo, come essenza ontologica, potremmo dire, dell’uomo nel suo essere nel mondo. In tal modo la storia dell’umanità potrebbe essere nient’altro che la storia della sua evoluzione. Se è mia convinzione che il progresso sia in qualche modo connaturato all’umanità non lo è, però, per motivi ontologici, ma per cause ed effetti che si accavallano e s’incrociano determinando a volte anche casualmente evoluzioni o arretramenti nella Storia visibili- e definibili forse come tali - soltanto a posteriori.

Di più. Il progresso come lo s’intende oggigiorno nelle dispute massmediatiche credo non debba essere confuso con l’idea elementare di “progresso industriale”. L’evoluzione della struttura economico-produttiva della teoria marxiana non è così banale come sostengono alcuni sia a favore che contro, per questo motivo non hanno senso, o ne hanno di certo pochissimo, le speculazioni attorno alla decrescita felice e amenità analoghe. L’istituirsi di un sistema comunista nell’accezione marxiana non prevede a mio avviso una quantificazione del progresso in termini di produzione di merci e servizi. Tutto ciò significherebbe nient’altro che banalizzare la teoria di Marx che prevede si il passaggio da un sistema dominato dal capitale ad un sistema senza classi e il conseguente sviluppo delle forze produttive, ma dove quello stesso sviluppo non è definito in semplici termini di incremento di produzione di merci. 1   

Di seguito tenterò di entrare un po’ più nel merito del concetto di sviluppo come è da me inteso, sperando di non confondere, invece di chiarire, quel che dovrebbero essere chiarito.

Nel momento stesso in cui l’uomo abbandona la propria animalità selvaggia e primordiale, si separa dalla natura e dall’indistinzione, prende coscienza della propria individualità, della solitudine prodotta dall’isolamento originato dalla consapevolezza di essere “uno”, individuo separato dagli altri, dalla natura da cui proviene. Ma nel contempo può essere umano ed evadere dall’animalità solo vivendo tra gli altri uomini, dunque soltanto attraverso la consapevolezza della propria umanità e riconoscendosi negli altri è cosciente di sé stesso o è destinato a regredire allo stato selvaggio.

(…) significa riconoscere in sé e negli altri la qualità di esseri umani, capaci di sentimenti forti, temperati dalla presenza dei lumi della ragione e per questo degni di rispetto in quanto segnano l’appartenenza comune alla specie umana. Lévinas (1987) direbbe che il volto dell’altro ci chiama e ci fa scoprire il nostro proprio volto e il diritto di ciascuno a un volto che non si può distruggere. 2

La condizione dell’umanità di dimostrare sempre più a se stessa tale consapevolezza per portarla fuori dalla barbarie non può che essere progressiva, ma ciò non significa che la storia sia a fortiori evoluzionistica e dunque deterministica. L’uomo è sempre soggetto a ricadere all’indietro e il processo di civilizzazione non è mai compiuto e non garantisce la continuità del progresso

Una civiltà impiega secoli a costruire le sue fondamenta, i suoi monumenti, la sua arte di vivere. Ci mette appena qualche anno o alcune decine d’anni a distruggersi (l’esempio nazista o dei khmer rossi possono bastare) e ancora meno a distruggerne altre. 3

Non credo risulti da qualche parte negli scritti di Marx che il progresso umano si compia definitivamente con la trasformazione del presente sistema capitalistico-borghese. Al contrario Marx afferma una continua tensione agente nei diversi piani dei sistemi di produzione: nei rapporti economici, dunque, ma anche sociali. E' vero che i rapporti sociali discendono dai rapposrti di produzione, ma la realizzazione totale in un sistema senza classi non ha esito scontato. Ed è appunto soltanto a posteriori che potremo giudicare l'avvenuta realizzazione.
I rapporti sociali sostanzialmente non cesseranno di essere conflittuali sin quando non avrà completo dispiegamento l'assenza di classi.

La propaganda liberista e capitalista ha convinto molti che l'unica alternativa all'utopia egualitaria e di giustizia sociale fosse il raggiungimento del benessere economico per tutti, attraverso l'integrazione (l'assoggettamento in altri termini) dell'economia capitalistica sul piano mondiale, sostituendo quell'utopia cosiddetta socialista con l'utopia tecnocratica, borghese, fondata sulla “democrazia” dell'informazione. L'integrazione doveva avvenire per mezzo di un mito: la pacificazione raggiunta con la redistribuzione "democratica" delle risorse.

Questo mito, che ha radici nell'ottocento, esaltato con le "autostrade dell'informazione" nella contemporanea società detta da alcuni della terza era, ha contribuito ad accelerare il progetto di dominio del capitale Oggi possiamo vedere gli effetti di quell'utopia, se vogliamo, in tutto il mondo. L'introduzione di tecnologie informatiche è servita ad espellere dal circuito produttivo milioni di lavoratori (effetti della globalizzazione), senza offrire alternative economiche capaci di avviare il reinserimento dei lavoratori esclusi, accrescendo sul piano mondiale un proletariato che, secondo alcuni proclami ideologici dell'ultimo ventennio, sembrava (o doveva sembrare) in via di estinzione.
Le tecnologie applicate al progresso capitalistico sono servite e servono soltanto ad accrescere profitti e catastrofi finanziarie che affamano sempre più i lavoratori di tutto il mondo e disorientano politicamente non solo i governi, ma l’intera opinione pubblica.

L'approvazione dell'ideologia liberista e capitalista ha creato le condizioni politiche e sociali per l'emergere di un potere che sta trascinando il mondo intero nella spirale di una "guerra infinita". In Italia, come in molti altri paesi, si cerca di far tornare indietro la storia a tempi che, non dobbiamo dimenticare, hanno provocato milioni di morti.
Un altro effetto sul piano internazionale è quello di aver moltiplicato la costituzione di nuovi stati (attualmente 192) e il numero di conflitti, con la conseguente perdita di altri milioni di vite umane. L'egemonia dei paesi capitalisti, inutile dire, in special modo quella degli Stati Uniti, ha riportato in "onore e gloria" le strategie geopolitiche studiate originariamente dalla Germania nazista. Questo dovrebbe preoccupare! Preoccupazione aggravata dal fatto che nessun altro potere politico è in grado di opporsi al dominio militare di un solo paese. L'invasione della Polonia da parte di Hitler aveva sollevato l'opposizione di intere popolazioni, l'invasione americana dell'Afghanistan e dell'Iraq, sostenuta dalla falsa propaganda antiterroristica, ha invece incontrato il plauso, seppur a volte del tutto ideologico, di decine di paesi e dei loro mezzi di comunicazione di massa ufficiali. Non sono servite le proteste di milioni di persone in tutto il mondo.

Questo, di nuovo, dovrebbe preoccupare! Il fatto che pochi paesi al mondo possano decidere, beffandosi di ogni opposizione, di perpetrare stragi di civili perché nessun altro paese possiede la forza sufficiente per intervenire. E non s'intende intervenire con la violenza, ma nemmeno con ritorsioni economiche o, sul piano politico, per mezzo delle diplomazie, anzi, semmai in caso di opposizione le si deve subire. E' il caso di Francia e Germania durante l'intervento in Iraq.
Opposizione ideologica, certo, legata a calcolati interessi economici e finanziari, ma di esempio sufficiente a mostrare lo strapotere del nuovo imperialismo.
Questa spirale sta trascinando intere popolazioni in tragedie infinite. La stessa storia si sta ripetendo anche in Libia dove il numero dei morti sino ad oggi e prevedibilmente nel prossimo futuro, prima cioè che si raggiunga un assestamento politico, saranno sicuramente un numero impressionante. Molti di più di quanti il regime totalitario di Gheddafi avrebbe mai potuto perpetrare se avesse vissuto ancora trent’anni.

Non che i secoli precedenti non avessero conosciuto i loro massacri. Tuttavia il xx secolo ha conferito al dominio dell’omicidio di massa un principio di legittimità. 4

credo che tale dichiarazione dovrebbe far riflettere più di quanto possa fare una lettura veloce, perché di primo acchito potrebbe essere considerata più scontata di quel che è in realtà. Ci si dovrebbe soffermare soprattutto su di alcune implicazioni contenute nella parola “legittimità” .
In questa affermazione il “principio di legittimità" cui si riferisce Eugene Enriquez non dovrebbe essere interpretato come se un qualche ordine giuridico avesse assorbito costitutivamente norme tese a legittimare i massacri perpetrati nel recente passato (anche ammesso che ciò possa in qualche momento essersi relativamente verificato), e nemmeno l’altrettanto semplicistica constatazione che gli Stati hanno il monopolio legittimo della violenza.

L’affermazione di Enriquez è, a mio modo di vedere, ben più radicale e significa che gli stermini e i massacri hanno distinto a tal punto la storia in generale, e la vita delle persone in particolare, del secolo scorso (e a quanto pare ciò sta accadendo anche per quello presente), che l’omicidio di massa è diventato un fenomeno non più in grado di scuotere la coscienza collettiva o il valore etico della vita delle persone. Habermas in “La rivoluzione in corso” descrive esattamente la stessa idea a proposito dell’atteggiamento della maggioranza dei tedeschi in epoca nazista . E’ questa indifferenza di fronte alla morte di milioni di esseri umani che più turbava allora e dovrebbe tornare a turbarci oggi.
Come osserva Hobsbawn

(…) questo secolo ci ha insegnato, e continua a insegnarci, che gli uomini possono imparare a vivere nelle condizioni più brutali e teoricamente intollerabili, non è facile cogliere fino a che punto (purtroppo in misura sempre crescente) vi sia stato un regresso verso ciò che i nostri antenati ottocenteschi avrebbero definito barbarie. 5

I motivi che hanno portato l’umanità a tali limiti sono certamente molteplici e difficili da sondare. Se mi è lecito vorrei individuare almeno alcuni di quei motivi (oltre quelli cui è stato possibile accennare sin qui), anche se in modo molto superficiale, ovviamente tralasciandone molti altri.

•            Ciò che cambiò alla svolta del secolo, e subì un’alterazione irreparabile, fu il sapere stesso come modo d’essere preliminare e indiviso fra il soggetto che conosce e l’oggetto della conoscenza. 6  Se pensiamo che ancora nel 1750 Buffon ipotizzò che la Terra avesse 75.000 anni e la vita era apparsa soltanto da 35.000 anni, ma fu considerata all’epoca una “buffoneria”, e confrontiamo quel paradigma culturale (così lontano ad esempio dall’idea di poter stabilire scientificamente la datazione della comparsa della vita sulla terra) all’attuale (impegnato nella datazione dell’intero universo) è legittimo pensare che quella svolta abbia avuto per l’umanità l’effetto di un salto nel vuoto. Non è sufficiente infatti rilevare semplicemente l’accumularsi delle conoscenze lungo due secoli di storia per pervenire agli eventi che hanno permesso la fissione nucleare. La mentalità del secolo scorso avrebbe ritenuto la maggior parte delle tecnologie esistenti ora il prodotto di un’immaginazione malata, oggi la realizzazione di alcuni progetti che parrebbero fantascientifici sono solo questione di tempo. E’ accaduto qualcosa che ha portato l’uomo oltre se stesso. Abbandonando ogni riferimento all’organicità e all’unità con la natura, spezzando definitivamente il rapporto tra le “parole e le cose” e trasformando il discorso in linguaggio, per ricordare Foucault, l’uomo ha di fronte a sé l’oscurità nella quale dovrà ritrovare sé stesso: la profondità apparentemente confusa di quelle analisi che spalancano il baratro dell’ignoranza dello sguardo rivolto all’interno. Il panico di sporgersi per guardare il fondo è verosimilmente una resistenza psicologica, un’attivazione del meccanismo di difesa che ancora ci impedisce di immergerci nel buio del nostro inconscio.

•            trasmissione del processo competitivo che ha come conseguenza l’autoriproduzione della lotta fino all’eliminazione del concorrente. Credo che questo sia una delle contraddizioni intrinseche al sistema capitalistico. E’ vero che opera il compromesso a condividere il potere, da cui deriva la “cooperazione capitalistica”, ma è altrettanto vero che questa è sempre soggetta a crisi che ne aggravano la stabilità.

•            L’illusione prodotta dall’ideologia capitalista e liberista che l’ascesa ad un livello economico più alto potesse affrancare dallo sfruttamento. La logica sviluppista, improntata al rastrellamento e al saccheggio delle natura e alla conseguente conquista del monopolio delle risorse da parte di pochi ha funzionato così bene che quasi la totalità del mondo economico, scientifico, intellettuale e via via sino allo strato sociale più basso, in generale, il pensiero liberista ha lavorato perché trionfasse questo principio. E’ vero, la possibilità di estendere all’infinito questo sviluppo era un’illusione e oggi pare quasi antiquato parlarne, quasi che se ne sia preso coscienza e sia stato superato, ma, nonostante tutto, i criteri economici di sviluppo inteso come semplice incremento di beni e servizi reggono ancora i programmi dei governi sia di destra che di sinistra.

Il fatto che la contraddizione sviluppo economico/benessere generale appaia in tutta la sua evidenza non conduce direttamente alla soluzione dei problemi.
Queste considerazioni stanno a dimostrare che non è lo sviluppo economico in sé e sé che consente di raggiungere una condizione di benessere per tutti. Le tecnologie, lo sviluppo industriale e i miglioramenti economici possono portare al benessere generale solo quando smetteranno di essere improntati al profitto e saranno accessibili a tutti. E questo, a mio avviso, non può essere che alla base dell' internazionalismo.

Note
1 Prendendo a prestito e rielaborando un’argomentazione di Maurice Dobb in “Economia politica e capitalismo” e muovendosi dall’idea di progresso come possibilità di estendere i benefici di un dato ritrovamento tecnico a livello di massa (in sostanza il socialismo) e non come avviene nel sistema retto dal capitale soltanto a “cascata”, se, per esempio, una tecnologia consente di ottenere un miglioramento nel risparmio energetico nella costruzione di case la produzione potrà essere diretta in modo cooperativo per estendere a tutti il vantaggio ottenuto dal miglioramento senza preoccupazione del profitto. L’attività produttiva non sarebbe condizionata, dunque, dai maggiori profitti ottenibili in settori teoricamente più remunerativi (logica che sta alla base del sistema economico retto dal capitale).
2 Eugene Enriquez - Uccidere senza colpa (Testo originale presente a lato)
3 Op. cit.
4 Op. cit.
5 Jurgen Habermas - La rivoluzione in corso - Feltrinelli - 1990
6 Eric Hobsbawn – Il secolo breve – BUR - 2000
7 Michel Foucault – Le parole e le cose – Rizzoli – 1998, pag. 273
  lo stesso Voltaire riteneva i fossili uno scherzo della natura e la teoria di Alfred Wegener della “Deriva dei Continenti” risale soltanto al 1915. Le prime ipotesi sull’origine dei fossili risalgono al 1830 per opera di Lyndell (Principi di Geologia) che per la prima volta attraverso uno studio sistematico mise in discussione pubblicamente l’autorità della Bibbia.  

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