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domenica 20 marzo 2022

La Cina è vicina?

 

Passati ormai diversi anni i “quaderni rossi” di Mario Tronti1 (e Panzieri, ma scomparso da un po’) sono sbiaditi dal tempo e dalla luce del neo-liberismo. Oggi il loro colore è arancione (come le rivoluzioni colorate in linea con il cosiddetto post-industrialismo) e a volte talmente stinti che potrebbero prendere il titolo di “quaderni gialli” come la ex democrazia cristiana.

Parlare di post-industrialismo, come se esistesse, associato all’assenza di operai e riempiendo le piazze di moltitudini di persone tutto appare naturale e spontaneo.

Pensare come naturale l’ordine sociale permette al sistema omologante del dominio capitalistico sia sulle menti che sui corpi di creare nel pensare del singolo individuo un agire libero e indipendente.

La mente s’illude che le scelte concrete siano attuazione del proprio pensare libero e soggettivo ipostatizzando la reale dipendenza dal concreto modo di produzione. Solo in questo modo l’individuo si concepisce in quanto soggettività autonoma. E in tal senso il sistema del capitale non ha necessità di attuare in larga parte forme di comando autoritarie2. Il fatto stesso di pensare l’ordine sociale esistente legittimo e connaturato alla struttura del consorzio umano separa l’idea dell’ordine sociale dal modo di produzione rendendo il modo stesso di produzione come accidentale rispetto ai rapporti sociali e alla sovrastruttura del capitale.

In questo senso anche l’operare del lavoro mentale insito nei nuovi processi produttivi che prevedono la realizzazione demandata ai cosiddetti digital workers (si veda ad esempio il crowdwork3) viene percepito e trasferito su un piano astratto mascherando il lavoro concreto nella sfera del general intellect già individuato da Marx.

Posto sul piano sociale il concetto potrebbe essere esteso ed integrato dalle seguenti considerazioni di Milanovic in Capitalismo contro Capitalismo.

Trattando il tema dell’allineamento degli obiettivi dell’individuo con quelli del sistema l’autore sostiene che:


Secondo i più convinti sostenitori del capitalismo, questo risultato scaturisce dalla sua «naturalezza», ossia il fatto che rifletterebbe alla perfezione la nostra natura innata, vale a dire il desiderio di commerciare, di guadagnare, di migliorare la nostra condizione economica e di condurre una vita più comoda. Ma non credo, al di là di alcune funzioni primarie, che sia coretto parlare di desideri innati come se esistessero indipendente dalle società in cui viviamo. Molti di questi desideri sono il prodotto della socializzazione all’interno delle nostre società, e in questo caso all’interno delle società capitaliste, che sono le uniche esistenti.

[Capitalismo contro capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro. - Di Branko Milanovic · 2020 Editori Laterza]


Facciamo un passo indietro.

Il rapporto servo/padrone dissimulava l’asservimento del lavoratore nella falsa percezione di detenere i mezzi di produzione e di progettualità del proprio lavoro. Lo sfruttamento veniva da questi percepito soltanto attraverso la pretesa del signore-padrone di appropriarsi con le corvèes di una parte del suo lavoro.

Con il sorgere del proletariato come soggetto di trasformazione l’operaio prendeva coscienza della sua alienazione dal lavoro attraverso la sostituzione della forza-lavoro per mezzo delle macchine, tale fenomeno rendeva manifesta l’appropriazione della restante produzione lasciando all’operaio la sola capacità economica di riprodursi.

Molto brevemente si può dire che la condizione di sfruttamento4 a cui è sottoposto il lavoratore divenne chiara nel passaggio da servo a lavoratore giuridicamente libero.

Giuridicamente libero, ma costretto al lavoro per un padrone che realizza capitale pagando soltanto una parte della ricchezza prodotta dalla forza-lavoro.

Ora, il problema attuale è complicato, come ho accennato inizialmente, dal massiccio impiego di lavoratori nella produzione per mezzo di strumenti informatici e digitali.

Cosa potrebbe accadere in futuro?

Quando la Cina avrà raggiunto la capacità di influenzare le dinamiche politiche dell’occidente in particolare quelle europee si sentirà dire dagli ideologi americani, in contraddizione a ciò che stato propagandato sino ad ora, che bisogna fermare la globalizzazione perché è inconciliabile con la libertà. Le reazioni e le resistenze alla “nuova via della seta” sono già dei sintomi.

Per fermare la disfatta del dominio del capitale liberal-democratico l’imperialismo americano sarà costretto a ridistribuire la ricchezza verso il basso per creare quello che Milanovic chiama capitalismo del popolo. Redistribuire il reddito verso il basso permette di espandere i consumi. Questa condizione potrebbe essere raggiunta riducendo le ore di lavoro per assorbire la disoccupazione che sarà desinata a crescere a causa del massiccio impiego di strumenti digitali e tecnologici. Se la ricchezza di capitale resta in mano a pochi genera conservatorismo.

Potrebbe darsi il caso che la Politica cinese di fronte all’indebolimento dell’imperialismo americano e dunque del capitale, che si regge su strutture politiche liberali e sulla democrazia borghese, allenti l’assetto autoritario al contrario di quanto sarebbe costretto a fare il capitale occidentale in generale per controllare le disuguaglianze che già oggi si sono imposte attirando l’attenzione di economisti e ideologi (Think Tank). 5

Poiché le differenze di reddito tra classi sociali in Cina in futuro potrebbero essere livellate rispetto a oggi il capitalismo statale (o politico come viene definito da Milanovic) cinese potrebbe diventare un modello da seguire.

D’altronde è in atto a livello internazionale una severa critica al capitalismo neoliberista ormai da diversi anni da parte di ideologi e analisti sostenitori del capitale come unico sistema non solo economico, ma anche sociale ed esistenziale.

Già nel 1998 Edward Luttwak parlava di turbocapitalismo e citare anche una brevissima bibliografia sul tema richiederebbe parecchio spazio. E’ sufficiente dire che un numero enorme di economisti di fama mondiale in seguito alla crisi finanziaria del 2008, che aveva mostrato palesemente al mondo intero la debolezza del modello neoliberista, sembra fare a gare per ricercare le migliori critiche al sistema evidentemente con lo scopo di salvarlo dalla prossima crisi che potrebbe segnarne il tracollo. Ma proprio perché la storia non è deterministica, come Popper6 pensava erroneamente della concezione storica marxiana, occorre una spallata per aiutarne il crollo. E non basta una spallata che lascerebbe un vuoto essa va preparata per sostituire quel vuoto con una forma di vita economica, politica e sociale che deve essere perseguita e costruita giorno per giorno o, citando Marx, tornerebbe la solita merda.

Il problema è: i milioni di digital workers in che modo potrebbero prendere coscienza della propria condizione di servi giuridicamente liberi?



1 Oggi tra le fila di area cattolica del PD.

2 Ed ecco il motivo per cui il sistema popperiano non serve a nulla se non soltanto euristicamente. L’antitesi della democrazia non è soltanto la tirannide e il controllo formale delle regole democratiche (da stabilire quali) non garantisce la libertà da un sistema unico come quello del capitale.

3 Letteralmente lavoro-folla. E’ una sorta di lavoro a chiamata gestito da piattaforme Web e senza obblighi di contribuzione previdenziale

4 Devo soffermarmi su questo punto per chiarire alcuni concetti. Questa nota come anche alcune altre parti dello scritto può essere tralasciata da chi abbia già dimestichezza con alcuni argomenti. La nota serve a chiarire la differenza dell’uso del termine “sfruttamento” in senso generico e comune compresa l’idea di sfruttamento riprovevole da un punto di vista morale, come potrebbe essere il giudizio dal punto di vista della chiesa cristiana. E’ questo che intende per esempio il Papa quando parla di sfruttamento del lavoro: si pensi ai lavoratori anche bambini ridotti in semi schiavitù costretti a lavorare nelle miniere di Coltan. Quel che si intende comunemente e che intende l’ottica della chiesa è una denuncia morale per le misere condizioni di vita e la sofferenza che ne derivano da parte di chi subisce lo sfruttamento personale. Ma al di là del giudizio morale lo “sfruttamento” ha un significato ben diverso. Se si ottenessero condizioni dignitose e il lavoro fosse pagato altrettanto dignitosamente avremmo la risoluzione del problema, come se il concetto di sfruttamento fosse del tutto contingente a quel singolo caso. In realtà le industrie internazionali che si servono delle materie estratte dal Coltan continuerebbero a sfruttare quei lavoratori pur essendo ipoteticamente pagati il giusto secondo il libero mercato. Lo sfruttamento connaturale alla produzione capitalistica risiede non nello sfruttamento (pur in quel caso deprecabile) di ogni individuo per le condizioni economiche e sociali in cui vive, ma per la quota di ricchezza di cui si appropria attraverso il plusvalore. Non sono sufficienti contratti definiti giusti per impedire al capitale di appropriarsi di quella quota di ricchezza. L’idea che siano sufficienti salari equi (in base a cosa?) altera il concetto di sfruttamento della concezione marxiana e lascia il tempo che trova. Da qualunque parte ci si volti torneremmo sempre al famigerato “capitalismo dal volto umano”.

Consiglio la lettura di questo breve intervento che, benché per motivi diversi (in tal caso l’RdB), chiarisce la logica da applicare alla problematica: https://aisberg.unibg.it/retrieve/handle/10446/116222/232913/Etica%20%26%20Politica.pdf

5 Non a caso Il capitale nel XXI secolo di Thomas Picketty è divenuto un bestsellers. Il libro (quasi illeggibile) di Picketty può essere considerato una summa di molti dati, ma l’autore non è certo il primo o l’unico ad aver portato all’attenzione internazionale l’argomento delle disuguaglianze. Il problema è stato affrontato da diversi autori tra i quali anche il citato Branko Milanovic.

6 Tra le tante opere di Karl Popper si veda ad esempio - La società aperta e i suoi nemici.

 


 

 

venerdì 29 giugno 2012

Guerra globale


"Forse, senza saperlo, stiamo combattendo la prima guerra globale del Duemila. Una guerra che non usa più armi, che non bombarda né fa esplodere atomiche, che non provoca morti, ma produce fame, disoccupazione, scontro sociale, impoverimento. Insomma, riduce sul lastrico i perdenti. Le direttive che pervengono dall'UE o dalla Bce assomigliano ai piani strategici di uno Stato Maggiore: far resistere la Grecia ad ogni costo, apprestare immediate difese per le prime linee direttamente sotto attacco che si chiamano Italia e Spagna. E i quotidiani listini delle Borse europee ed extraeuropee e li si attendono con la stessa ansia, con la stessa trepidazione dei Bollettini di guerra di una volta."

Andrea Camilleri
Chi non ha vissuto sufficientemente a lungo per tornare indietro con la memoria alla cronaca degli ultimi 30/40 anni, è probabile che non si accorga di quanto, negli ultimi anni, la parola guerra sia presente negli argomenti dei mas-media, nelle pagine dei giornali o semplicemente nei discorsi quotidiani.
L’osservazione non è priva di un significato preciso: è evidente che qualcosa è ormai cambiato nelle coordinate geopolitiche. Se rappresentassimo sugli assi di un piano cartesiano il potere economico e militare dei paesi mondiali da una parte e l'arco di tempo che va dagli anni '40 ad oggi dall’altra, potremmo definire una mappa dinamica degli equilibri mondiali nazionali e verificare le differenze rispetto all’immediato dopoguerra. Terminato il conflitto della cosiddetta seconda guerra mondiale è iniziata la "guerra globale"

Per cogliere alcuni aspetti del mutamento occorre ritornare per un’ennesima volta, dopo anni di dibattiti, alla scomparsa dell’U.R.S.S. e del blocco sovietico. Con la scomparsa del “nemico numero uno” attribuire a forze ben definite e facilmente identificabili una presunta minaccia all’ordine mondiale, alla stabilità politica e sociale occidentale e alle cosiddette “democrazie compiute” era diventato molto difficile. Era necessario “ricostruire” un nemico che rappresentasse una minaccia e fosse il capro espiatorio che giustificasse la crisi del sistema generale, la perdita degli equilibri interstatali (la pax americana) da qualche parte occorreva trovarlo. Detto. Fatto! Il nuovo nemico si cominciò a chiamare terrorismo internazionale. Niente di meglio: il nuovo nemico non è un ente ben definito, non ha confini, può cambiare e nascondersi, a seconda delle circostanze, ovunque, e non è riconoscibile in modo palese! E’ il nemico globale per eccellenza. Esso può essere individuato e stanato solo ed unicamente dalle complesse reti spionistiche o controspionistiche, che operano, ovviamente, in segreto.

Il cittadino comune non è dunque in grado di giudicare più o meno oggettivamente e (questo è importante) di volta in volta la gravità della minaccia. Il fatto che da circa un decennio la minaccia si ritenga provenire dal terrorismo islamico è del tutto marginale. Domani sarà possibile individuarla in qualche altra “essenza”, sigla o entità a seconda di dove saranno gli interessi, quasi sempre economici, da salvaguardare. Gli interessi da salvaguardare ancora oggi, nonostante la crisi colpisca pesantemente l’economia statunitense sono quelli made in U.S.A., i quali, nonostante l’indebolimento economico-strategico sul piano mondiale, si presentano sul piano militare come gli unici garanti (o gli unici possibili garanti) della protezione ai paesi subalterni occidentali. Questo non è meno vero nonostante si sia assistito prima del 2009 al tentativo di Francia e Germania, per quanto riguarda l’Europa, di contrapporsi sul piano politico-strategico alla superpotenza in questione. La catastrofe finanziaria mondiale ha per ora oscurato alcune strategie, ma non per forze si deve pensare che la Germania abbia abbandonato strategie politiche ed economiche volte a tale fine. Il ruolo di “comando” palesato dalla cancelliera tedesca è abbastanza indicativo.

Per quel che riguarda la questione orientale la storia si complica un po’. Non c’è dubbio che con la Guerra del Golfo anche il Giappone avesse acquistato, abbastanza a buon mercato, la protezione americana con qualche milione di dollari, ma non è altrettanto vero che a distanza di oltre dieci anni il Giappone e tante trasformazioni (spostamenti ad es. di equilibri economici e finanziari) abbia il disperato bisogno di conservare la propria presenza economica nelle zone che allora apparivano più importanti. Lo sono invece ancor di più oggi per gli U.S.A., dopo che il potere finanziario nipponico ha conquistato maggiori fette di mercato in oriente allargando la propria influenza commerciale. Ma andiamo con ordine e torniamo al Terrorismo.

Il pensiero non può portarci che al fatidico 11 settembre.
In un certo senso parte dello scompiglio del mondo islamico nasce dalla contrapposizione degli interessi geopolitici dei due blocchi (U.S.A.- U.R.S.S.). Da una parte la strumentalizzazione dello schieramento sunnita dall'altra di quello sciita, perché quest'ultimo doveva rappresentare il “soggetto rivoluzionario” che lottava contro gli interessi della borghesia sunnita. Sembra strano il destino dei taliban: avevano rappresentato gli interessi dell'imperialismo americano ora  paiono potenti terroristi da sterminare. Questa stranezza appare tale solo agli occhi di chi crede l’<> della guerra al terrorismo davvero uno scontro tra Civiltà, naturalmente.
Ma le cose non stanno in questo modo. L’11 settembre fu per gli Stati Uniti una manna dal cielo. Una manna che, secondo alcuni, è stata aiutata a scendere anche se forse poteva essere in qualche modo fermata. Un “qualcuno” aveva osato attentare alla democrazia americana, aveva ferito non solo l’orgoglio della superpotenza ma il cuore di milioni di americani. Perché?

Leggendo alcuni giornali di quei fatidici giorni si apprende che sia il padre che un fratello di Bin Laden (il cavalliere dell'apocalisse presumibilmente scomparso) morirono in circostanze misteriose, tutti e due in un incidente aereo. Guarda caso nel periodo in cui erano in affari con la Compagnia Petrolifera della famiglia Bush. Più che una guerra questa sembrava una faida.
Però funzionanò. La vendetta di migliaia di famiglie americane che avevano perduto un caro nel crollo delle Torri rimase per anni in cerca del colpevole: un colpevole che a mano a mano del passar del tempo si stava trasformando in un’entità eterea.  
Con un Bin Laden in circolazione, amico di Saddam occorreva colpire l’Iraq – attenzione! - non solo perché si supponesse in possesso di arsenali atomici, chimici o di ogni altro tipo immaginabile (sono in molti i paesi della terra a costruire bombe atomiche), ma perché osava sostenere il terrorista Bin Laden; il peggior nemico degli americani colpiti al cuore per la scomparsa dei loro affetti. Miglior amico degli U.S.A. quando Taliban e Mujaidin combattevano contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Motivo più convincente di quanto potesse essere la minaccia della bomba atomica – per il popolo americano – con la quale, oramai, ci si era abituati a convivere come fosse una sorta di assuefazione.

Per il resto del mondo, però, credere alla “favola bella” era più difficile. Certo gli U.S.A. erano, e restano ancora, nel cuore di molti un simbolo di giustizia, i guardiani della democrazia o i poliziotti del mondo, ma la costruzione del consenso è parecchio complessa. Si instaurò quindi una propaganda di guerra a tutto campo. Se non si fermava immediatamente l’Iraq tutto il mondo era in pericolo. Strana storia come per i Taliban. E’ sufficiente, anche in questo caso, cercare alcune notizie sui giornali dell’epoca per sapere che il ministro della difesa U.S.A. Rumsfeld aveva avuto incontri ufficiali con Saddam Hussein a Bagdad, nel 1983-1984, all’epoca della guerra Iran-Iraq, e in seguito a tali incontri gli USA fornirono a Saddam gli "agenti biologici" necessari per costruire le armi di cui gli agenti dell’Onu andarono alla ricerca.
Già…dove poteva colpire Saddam con la congrega dei terroristi islamici? Ovunque! Gli Stati Uniti d’America si autoconferirono il ruolo messianico e salvifico, di liberare il pianeta dalla minaccia. Dopodiché la ricostruzione dei paesi pacificati poteva permettere di costruire solide democrazie a immagine e somiglianza della principale democrazia mondiale. Tale era la “Teologia” contenuta nella propaganda dell’era Bush.

Vediamo come stanno [stavano] le cose da un altro punto di vista.

La guerra del Golfo era costata in tutto intorno ai 13 miliardi di dollari. Niente male per pochi giorni di “interventi chirurgici”. Inoltre aveva permesso di riconquistare con una dozzina di morti, da parte del messianico esercito, il controllo dei pozzi petroliferi.
Così recitava un comunicato - NEW YORK (Reuters) - Il consulente finanziario capo del presidente Bush stima che gli Stati Uniti potrebbero spendere tra i 100 e i 200 miliardi di dollari per fare una guerra in Iraq, ma dubita che l'offensiva possa spingere il paese in recessione o far salire  l'inflazione, scriveva ai tempi della fatidica guerra in Iraq il Wall Street Journal.
Questo significava, secondo gli esperti di bilancio, sopportare una spesa compresa tra l’1 e il 2% del Pil (U.S.A.). Si pensi, per avere un raffronto, che l’intero ammontare di riserve in dollari del Giappone all’epoca della guerra del Golfo era di circa 70 miliardi di dollari.
La situazione anche in questo caso può apparire ben diversa. Il problema non consisteva nella paura di inflazione, ma nella possibilità di sfruttare economicamente una spesa così enorme che poteva far ripartire alcuni settori produttivi stagnanti e risollevare una crisi strutturale. Si assiste oggi agli effetti prodotti dal mercato finanziario, che aveva assorbito investimenti non impiegabili nella produzione, dopo le bolle speculative degli anni è ’90.

La fase di contrazione materiale che aveva trovato sbocco, per i capitali eccedenti, nell’alta finanza (non è un caso la generalizzata deregulation in campo finanziario sul finire del XX scolo) esigeva l’alternativa concreta di un’espansione produttiva. Un paio di centinaia di miliardi di dollari non sono poca cosa. Fioccano commesse, si muove la rete economica che vi sta attorno. E non si dimentichi che gli investimenti militari hanno sempre sorretto l’economia statunitense non solo durante le due guerre mondiali.
L’appoggio tanto accorato (la complicità) del Regno Unito alla guerra in Iraq va visto nella prospettiva di accordi economici e commerciali privilegiati che dovevano seguire ad una possibile, quanto vana come è noto, ricostruzione economica: rimuovere le macerie di un paese distrutto frutta sempre per qualcuno altri miliardi di dollari. E l’Inghilterra non poteva permettersi di perdere terreno in Europa. 

Il petrolio, inoltre, rappresenta oltre il 50% del consumo energetico della Terra: esso resterà ancora per parecchi anni a venire la maggiore risorsa di energia esistente e più facilmente sfruttabile nonostante si continui a parlare di risorse alternative. Questo ne fa il più potente strumento di controllo economico. Il controllo dei pozzi di petrolio significa anche controllo del prezzo del petrolio di conseguenza controllo, appunto, dell’economia mondiale. Ma quale minaccia più spaventosa per gli Stati Uniti! Altro che terrorismo! Se la guerra all’Iraq non fosse stato un affare le multinazionali e le banche non sarebbero sorte contro tale follia? Il Capitale prospera con le guerre chi ci rimette è l’altra parte del mondo: i lavoratori, i dannati del pianeta, chi vive con meno di un dollaro al giorno. Con l’aumento del prezzo del petrolio si può ricattare l’economia di un intero paese e chi vive nel ricatto sono i lavoratori! 

L’altra faccia della medaglia era che la guerra all’Iraq legittimava [e ha in effetti legittimato] agli occhi di centinaia di milioni di diseredati, poveri e sfruttati l’alternativa politica dei Bin Laden o altri aspiranti dittatori, anche una volta messo da parte il sanguinario Saddam, che forse non ha fece più vittime delle strategie di embargo impiegate dagli Stati Uniti e dagli ”stati servi”.
Non è tutto qui, c’è di peggio! 
La teologia salvifica e la sua logica perversa, a cui hanno anche aderito i paesi europei con la guerra “umanitaria” nella ex Jugoslavia, sta facendo rientrare nella normalità quotidiana aberrazioni di una convivenza (in)civile, che si ha il coraggio, la disonestà e l’indecenza di chiamare democrazia!

Come osservava Hobsbawn 1<<(…) questo secolo ci ha insegnato, e continua a insegnarci, che gli uomini possono imparare a vivere nelle condizioni più brutali e teoricamente intollerabili, non è facile cogliere fino a che punto (purtroppo in misura sempre crescente) vi sia stato un regresso verso ciò che i nostri antenati ottocenteschi avrebbero definito barbarie>>.
Questa barbarie si chiama disonestamente <<ordine mondiale>> e serve a mascherare l’egemonia americana e i delitti del Capitale.
Di fronte a questa barbarie i lavoratori debbono e possono fare qualcosa. Questo qualcosa è riprendere la lotta di classe che oggi con la internazionalizzazione del Capitale a maggior ragione non può non essere mondiale. Le false promesse del benessere per tutti avevano convinto qualcuno che questo fosse veramente l’unico mondo possibile. Oltre vent’anni  di neoliberismo hanno inasprito e aggravato il conflitto e il divario tra nord e sud del mondo, tra centro e periferia del mondo. All’interno dello stesso centro è cresciuto il divario economico tra le élite dominanti e la classe lavoratrice che assiste al sistematico annullamento delle conquiste del passato.
Lo sfacelo economico di questi ultimissimi anni sembra aver fatto dimenticare che le strategie di conflitto sul piano mondiale vanno ricercate nelle logiche di conservazione del capitale e delle classi dominanti capitalistiche, e dei sui servi.
Occorre opporsi ai massacri delle guerre combattute con gli eserciti, ma anche alle guerre del Capitale contro il lavoro. Gli strumenti per combattere sono lo sciopero generale, le manifestazioni, l’autorganizzazione, la lotta sui posti di lavoro. Non possiamo aspettare ancora!

1 Già citato in 

Meglio chiarire da subito. Premesse a sucessive considerazioni

sabato 23 giugno 2012

Capitalismo in decomposizione



Tutto crolla, il centro non regge più;
Si scatena nel mondo l’anarchia,
Dilaga la marea del sangue e ovunque
Il rito dell’innocenza annega…
                          Yeats


E’ evidente che la riorganizzazione del capitale sul piano dell’accumulazione richiede una diversa dislocazione geografica sotto tutti gli aspetti: produttivi, finanziari, strategici. Potremmo dire che la cosiddetta accumulazione flessibile richiede, per contro, una flessibilità geografica e in maggiore rilevanza per il potere finanziario. La conseguenza di questa trasformazione può essere definita in diversi modi, possiamo, se vogliamo, chiamarla anche globalizzazione, ma in altri termini sono tentativi di trovare nuovi equilibri, in senso lato, per rendere stabile il capitale. Molti degli effetti a livello mondiale sono palesemente visibili.
Accenniamo, non seguendo un ordine di importanza, ad alcuni di questi effetti.

  • L’estrema mobilità geografica del capitale richiede flessibilità nella produzione e in conseguenza ristrutturazione del mercato del lavoro.
  • La deregolamentazione finanziaria, per far fronte alla crisi, conduce a una straordinaria instabilità dei mercati in primo luogo azionari.
  • La crisi del capitale monopolistico porta a una nuova offensiva verso i lavoratori dunque a forme più repressive di organizzazione del lavoro, accrescendo lo sfruttamento selvaggio e, non da ultimo, a un maggior ricorso alla manodopera femminile, storicamente meno sindacalizzata.

Certo, lo scenario è complesso: alla proletarizzazione e/o sottoproletarizzazione in alcune regioni del pianeta possono corrispondere privilegi, maggiore remunerazione e nuove forme di aristocrazia del lavoro in altre regioni e nel contesto delle stesse profonde divaricazioni tra povertà e ricchezza. I tentativi di soluzione della crisi comportano a loro volta danni per lo stesso capitale. Per citare un esempio è sufficiente osservare come la diversificazione dei mercati e la proliferazione di nuovi strumenti finanziari 1 (swap, option e ogni tipo di derivati con funzioni speculative) e la conseguente necessità di controllo sui flussi internazionali, uniti all’incalzante informatizzazione e lo sfrenato utilizzo dell’alta tecnologia, finisce per aumentare i crimini finanziari. Aumento incontrollato della velocità di comunicazione e di informazione ed euforia degli iperprofitti della finanza virtuale hanno prodotto effetti devastanti. Effetti non voluti sul piano valutario, servisse un ulteriore esempio, innescano crisi che impediscono all’alta finanza di esercitare il dovuto controllo della ridistribuzione dei rischi che facendo saltare misure di coordinamento dei mercati provocano nuovi conflitti e nuove crisi.
Tutto ciò non è, però, strettamente deterministico né è inevitabile la flessibilità del lavoro imposta dal capitale: i lavoratori possono opporsi alla loro precarizzazione e al depuperamento e non subirlo passivamente.

Parlare di riorganizzazione del capitale e di accumulazione flessibile, inoltre, non significa andare dietro alla moda delle teorie post-fordiste. Riduzione della produzione manifatturiera e trasformazione del paradigma organizzativo convivono in zone geopolitiche diverse del mondo con i loro contrari, i sistemi produttivi tradizionali (tayloristi), dei paesi più poveri. Se prendiamo in considerazione che il totale delle merci prodotte in generale è superiore al passato, che l'insieme della materie prime utilizzate nel ciclo produttivo sono maggiori, che il prodotto lordo (escluse le congiunture, considerando piuttosto la lunga durata) è in aumento ovunque, non sembra che il mondo sia in una fase di deindustrializzazione, ma questo non significa misconoscere la realtà della ristrutturazione del capitale e la tendenza al controllo dei servizi sociali.

Apparentemente riforme sul piano istituzionale nazionale e conflitti militari 2 non hanno legami. Ma se guardiamo bene “aggressione” ai servizi pubblici (scuola, sanità, previdenza) e aggressione militare nelle zone geostrategiche sono soltanto aspetti diversi della stessa "dottrina". La pressione del WTO sugli stati nazionali e la progressiva privatizzazione e liberalizzazione sostenuta ed esercitata dalle compagnie multinazionali costituisce un ulteriore attacco al controllo pubblico delle risorse, prime tra tutte le risorse idriche che giocheranno, al pari delle risorse energetiche, un ruolo essenziale nel futuro fosco del nostro pianeta. E tutto ciò sta trasformando radicalmente anche il senso della nostra vita. Non è catastrofismo: chi lo pensa dovrà subirne comunque le conseguenze!

Nel lungo articolo Capitalismo in decomposizione? Marco Sacchi risale la Storia in un percorso sintetico che descrive l’alternanza dell’affermazione, consolidamento e decadenza dei vari sistemi di dominio per giungere ad esporre la logica intrinseca della fase di decomposizione del sistema borghese capitalistico distinguendola dalla semplice fase di decadenza.
Tra le tendenze che caratterizzano il “sostegno” da parte del proletariato al sistema attuale nella sua fase di crollo Marco Sacchi  riporta alcuni punti. Cito testualmente

Non bisogna trascurare l’influenza delle illusioni democratiche nella classe operaia. Ci sono diversi motivi del preservarsi di queste illusioni: 

1) Il peso all’interno di questi movimenti di strati sociali non proletari molto recettivi alle mistificazioni democratiche e all’interclassismo.
2) La potenza delle illusioni democratiche ancora presenti nella classe operaia.
3) La pressione della decomposizione sociale e ideologica sociale del capitalismo che favorisce la tendenza a cercare rifugio in un’entità “al di là delle classi e dei conflitti”, cioè lo Stato, che si presume potrebbe apportare un certo ordine.

Ciò che pare decisamente interessante ed essenziale, in effetti, è capire il motivo del consenso politico e sociale al sistema esistente di quelle categorie che più hanno da perdere dalla crescente affermazione della società tecnologica imposta dal Capitale attraverso ideologie neoliberiste che hanno fato scivolare in quest’ultimo ventennio le classi lavoratrici in un vortice che trascina sempre più in basso, perché è grazie a questo consenso diffuso che è possibile il perpetuarsi dei rapporti di dominio. In un saggio poco conosciuto Zigmunt Bauman indica in modo chiaro quale logica conduce all’effetto perverso che trasforma le vittime in carnefici di se stessi

I più numerosi tra i movimenti di protesta sociale cui la modernità da vita sono di gran lunga quelli che chiedono la ridistribuzione dei profitti, non la revisione della definizione di profitto o la distruzione del meccanismo di realizzazione del profitto. L’autorità della modernità e tutti i suoi articoli di fede escono rafforzati da questo genere di competizione. Pochi sono così entusiasti delle sue virtù come le sue vittime, e pochi (forse nessuno) sono così condiscendenti verso le sue pretese come coloro che sperano sia il loro turno nella rotazione del privilegio.” 3 

Ritengo, anche se andrebbe approfondita, che questa spiegazione riesca a scavalcare il funzionalismo ingenuo di alcuni marxismi che avrebbero la pretesa di spiegare tutti i comportamenti unicamente attraverso una logica lineare insita nei rapporti di produzione senza fare i conti con fattori complessi che non escludono anche effetti psicologici da cui a volte non è possibile fare astrazione.4  Finché esisterà un qualche consenso, quindi, al sistema sociale ed economico attuale non pare possibile eliminare ingiustizie, privilegi e dominio e si va alla ricerca di una soluzione che modifichi i rapporti dominanti/dominati quando in realtà lo scopo dovrebbe esser quello di eliminare questo ordine.


 1 In Italia, ad esempio, a partire dal 2002, dopo la grave crisi della “bolla speculativa” è possibile acquistare e vendere anche una sola azione sul listino principale di Piazza Affari. Inoltre, dal dicembre dello stesso anno, sono cambiate le modalità di negoziazione: è stata introdotta un'asta di chiusura delle proposte di negoziazione con modalità di esecuzione, le cosiddette Vac (valide solo in asta di chiusura). Il Mib storico nel dicembre 1999 era di oltre 28.000 punti nel febbraio del  2004 andò sotto i 20.000 mentre nel marzo 2009 scese addirittura sotto i 13.000.
  2 Si pensi ad esempio alle varie riforme nel campo dell’istruzione (scuola e università) portate avanti in questi anni e ai conflitti geopolitici ed economici come la guerra in Iraq, Afghanistan, ecc..
  3 Z. Bauman - Le sfide dell'etica - Feltrinelli 1996 - pag.220
  4 E questo non significa negare che la “vita sociale” nella sua più ampia accezione sia determinata dai rapporti sociali di produzione.


lunedì 28 maggio 2012

Ho accennato in modo sparso in alcuni articoli precedenti (per esempio in Premesse a sucessive considerazioni.) ad alcune determinazioni storiche che, a mio avviso, hanno portato all'attuale fase del sistema capitalistico1.Nell'articolo che segue mi soffermerò su alcuni approfondimenti relativi al cambiamento culturale prodotto dall'imporsi della morale borghese in alcuni aspetti sociali.

"Da quando [il denaro] è diventato l’equivalente generale supremo (ciò a cui tutto fa capo e in cui tutto si riassume) favorendo lo scambio generalizzato delle merci (e di ogni servizio o anche di ogni condotta umana suscettibile di essere quantificata, cioè di prendere la forma di una merce) e svolgendo un ruolo essenziale nei processi di distinzione e di gerarchia, esso si insinua nei pori della società e le imprime il suo stile." [“Il denaro sacro feticcio” E. Enriquez]

Uno dei processi che ha permesso la sacralizzazione del denaro può essere individuata nel fenomeno definito di secolarizzazione della società. Il passaggio del monopolio della verità e della divinità da parte della religione e dalla sua supremazia, se non sulla società sull’uomo, alla società cosiddetta laica, dunque borghese.
Con il passaggio dal feudalesimo alla modernità inizia quell’accelerazione degli scambi che determina una maggiore interdipendenza economica tra gli individui e si avvia sotto il profilo sociale e culturale il processo di secolarizzazione della società.

Maggiore numero di rapporti, stessa o maggiore quantità di lavoro in un periodo più breve divengono caratteristiche peculiari del nuovo sistema. Concorrenza, status sociale e altri fattori spingono a favorire l’attività (plus-lavoro) anche senza costrizione fisica, è il lavoro senza minaccia fisica che dà il via all’appropriazione ed espropriazione delle risorse altrui da impiegare nell’accumulazione e nel reinvestimento per mantenere gli impieghi e riprodurre l’attività.
Pur se in modo molto impreciso potremmo dire che per gran parte del XIX secolo il disprezzo della chiesa per il nuovo, per il mutamento, per il progresso in genere è teso a mantenere viva l’autorità e la grandezza dell’antichità (il primato degli antichi), simbolo mito di un’epoca di luce, espressione e manifestazione di un’ispirazione divina, che sovrasta il tempo presente, secolare, terreno.

La chiesa sacralizza il tempo, diviene in questo modo custode del tempo e dunque custode di ciò che quel tempo rappresenta di buono secondo la propria morale. Con la venuta del Cristo il millennio diviene attesa della redenzione, il tempo vissuto ha significato solo in virtù della sottomissione al disegno divino essendo il tempo la rappresentazione del sacro. [cfr. Kumar, Krishan - Le nuove teorie del mondo contemporaneo: dalla società post-industriale alla società post-moderna - G. Einaudi – 2000]
L’ottocento nonostante tutto conserva la distinzione tra modernità e critica alla modernità. Il culturale e l’economico sono ancora percepiti come separati. Dimensione culturale, sociale, economica sono strutture che seguono logiche diverse mentre nell’epoca attuale del “tardo capitalismo”2 - per usare l’espressione di Ernest Mandel - cultura, economia, società si fondono. Cultura e commercio si compenetrano, l’uno alimenta l’altra.

La mercificazione della cultura non è che un aspetto. Va rilevato che la cultura non è soltanto oggetto ma al tempo stesso diviene soggetto del processo di accumulazione. Se da un lato gli eventi artistici (per esempio i concerti) sono oggetto di big business dall’altro lato l’industria diventa culturale (per esempio l’istruzione: le enciclopedie nella versione informatica possono essere considerate un caso emblematico ancor più della forma cartacea), la pubblicità metaforicamente può rappresentare bene questa logica: cultura e prodotto sono due parti non scomponibili. Il prodotto si trasforma in stile di vita, l’immaterialità del prodotto è trasformata in merce.

La cultura (o come suggeriscono alcuni la “s-cultura”) è essa stessa merce. Cultura ed economia divengono parti integranti l’una dell’altra. In questo caso i rapporti di produzione non sono più così spesso mediati da strumenti di produzione materiali come in passato. Da qui nasce la confusione della teoria del "Capitalismo cognitivo" come modo di produzione reale. In realtà affermare che è l’idea ad essere venduta è puramente retorico, ciò che produce profitto sono i mezzi di produzione con i quali l’idea diventa merce vendibile su di un mercato che funziona attraverso rapporti reali tra domanda e offerta.

Con il XX secolo si compie il processo di secolarizzazione. L’indistinguibilità tra culturale ed economico consente al paradigma borghese di prendere il sopravvento sulla religione e l’appropriazione del tempo sacro diviene prerogativa dell’utopia capitalistica e borghese. Il capitalismo scopre la possibilità di “vendere” la propria realizzazione terrena attraverso un’escatologia del proprio fine.
La tecnica e i progressi della scienza borghese cambiano, cambiando anche i criteri di valutazione della spazialità, la percezione del tempo umano. Riconfigurando le relazioni spaziali in termini di spostamento, di distanza, il tempo si modifica in funzione di quella stessa rete di comunicazioni e rapporti. Tutto ciò non si verifica in modo virtuale ma attraverso la materialità degli oggetti usati.

Gli oggetti della tecnica mutano la percezione reale delle sensazioni: condurre un’automobile permette di percepire il mondo circostante attraverso i finestrini come immagini che scorrono su uno schermo. La velocità non è più percepita con il senso del pericolo, diventa un gioco. [cfr. Paul Virilio - L'orizzonte negativo : saggio di dromoscopia - Costa & Nolan – 1986]
Maggiori sono le possibilità di movimento, minore diviene il tempo a disposizione. Si potrebbe dire che il tempo si contrae a mano a mano che lo spazio implode nel movimento. Quando lo spostamento è a velocità delle luce delle fibre ottiche annulla lo spazio e si moltiplicano all’infinito le possibilità di movimento: non abbiamo più tempo per fare niente. Tutto si riduce al periodo in cui quelle stesse possibilità vengono ridotte drasticamente, è anche il caso del lavoro. Divenendo il lavoro sempre più legato agli spostamenti spaziali si produce l’impressione di non essere riusciti a raggiungere tutti gli obiettivi e i compiti che ci si era fissati.

Il tempo è nuovamente sacralizzato e dunque il capitalismo crea la propria religione. I professionisti del libero mercato, gli esperti di tutte le specialità, sia finanziarie, sia economiche, sia dell’informazione e della comunicazione sono i santoni della nuova religione. Pastori di anime votate al consumo e alla produzione. I santuari sono le banche e i McDonald, le cattedrali sono TV dove tutte le sere si celebrano rituali a cui assistono miliardi di persone in tutto il mondo. La loro dottrina prevede principi, valori e dogmi. I principi sono spesso tratti dalle socio-tecniche che informano l’organizzazione aziendale.

I valori sono l’efficienza, la professionalità e l’etica meritocratica regola le norme precettive del nuovo idealismo kantiano, il mercato diventa un dogma. Questa religione è totalitaria e totalizzante. Per l’importanza economica che rivestono le multinazionali il nuovo fascismo del XXI secolo non è più il socialismo nazionalista, ma la “socializzazione multinazionale”. [cfr. Benjamin R. Barber - Cultura McWorld contro democrazia - Le Monde Diplomatique/Il Manifesto Settembre 1998]

1 Il termine capitalismo è sovente in ambito marxista utilizzato in senso improprio e fonte di ambiguità e imprecisioni. Propongo la lettura della relativa voce su Wikipedia che mi pare abbastanza chiara ed esauriente.
2 L'espressione (o definizione?) è stata ripresa da vari autori. Si veda p. es. Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson

mercoledì 23 maggio 2012

Meglio chiarire da subito. Premesse a sucessive considerazioni


Eh si...meglio chiarire da subito alcuni concetti, come dire "patti chiari amicizia lunga".

Prima di proseguire con successive riflessioni vorrei porre delle premesse per non essere frainteso. Capiterà sovente in questo blog di leggere considerazioni che in qualche modo implicano l’idea (o il concetto) di progresso che danno per assodata una logica di evoluzione nell’esistenza della civiltà umana. 

Il senso in cui io intendo evoluzione però, non va confuso, tengo a precisare, con l’idea kantiana di sviluppo umano. L’umanità non risponde a una sorta di legge universale o, meglio, ad un insieme di leggi universali. L’umanità non giunge ad uno stadio di adulto dopo una fase infantile dove necessità di esser presa per mano, come, appunto, un bambino che si smarrisce senza il genitore.

L’illuminismo prima e il positivismo poi, hanno trasmesso un’immagine del progresso e dello sviluppo umano come processo, come essenza ontologica, potremmo dire, dell’uomo nel suo essere nel mondo. In tal modo la storia dell’umanità potrebbe essere nient’altro che la storia della sua evoluzione. Se è mia convinzione che il progresso sia in qualche modo connaturato all’umanità non lo è, però, per motivi ontologici, ma per cause ed effetti che si accavallano e s’incrociano determinando a volte anche casualmente evoluzioni o arretramenti nella Storia visibili- e definibili forse come tali - soltanto a posteriori.

Di più. Il progresso come lo s’intende oggigiorno nelle dispute massmediatiche credo non debba essere confuso con l’idea elementare di “progresso industriale”. L’evoluzione della struttura economico-produttiva della teoria marxiana non è così banale come sostengono alcuni sia a favore che contro, per questo motivo non hanno senso, o ne hanno di certo pochissimo, le speculazioni attorno alla decrescita felice e amenità analoghe. L’istituirsi di un sistema comunista nell’accezione marxiana non prevede a mio avviso una quantificazione del progresso in termini di produzione di merci e servizi. Tutto ciò significherebbe nient’altro che banalizzare la teoria di Marx che prevede si il passaggio da un sistema dominato dal capitale ad un sistema senza classi e il conseguente sviluppo delle forze produttive, ma dove quello stesso sviluppo non è definito in semplici termini di incremento di produzione di merci. 1   

Di seguito tenterò di entrare un po’ più nel merito del concetto di sviluppo come è da me inteso, sperando di non confondere, invece di chiarire, quel che dovrebbero essere chiarito.

Nel momento stesso in cui l’uomo abbandona la propria animalità selvaggia e primordiale, si separa dalla natura e dall’indistinzione, prende coscienza della propria individualità, della solitudine prodotta dall’isolamento originato dalla consapevolezza di essere “uno”, individuo separato dagli altri, dalla natura da cui proviene. Ma nel contempo può essere umano ed evadere dall’animalità solo vivendo tra gli altri uomini, dunque soltanto attraverso la consapevolezza della propria umanità e riconoscendosi negli altri è cosciente di sé stesso o è destinato a regredire allo stato selvaggio.

(…) significa riconoscere in sé e negli altri la qualità di esseri umani, capaci di sentimenti forti, temperati dalla presenza dei lumi della ragione e per questo degni di rispetto in quanto segnano l’appartenenza comune alla specie umana. Lévinas (1987) direbbe che il volto dell’altro ci chiama e ci fa scoprire il nostro proprio volto e il diritto di ciascuno a un volto che non si può distruggere. 2

La condizione dell’umanità di dimostrare sempre più a se stessa tale consapevolezza per portarla fuori dalla barbarie non può che essere progressiva, ma ciò non significa che la storia sia a fortiori evoluzionistica e dunque deterministica. L’uomo è sempre soggetto a ricadere all’indietro e il processo di civilizzazione non è mai compiuto e non garantisce la continuità del progresso

Una civiltà impiega secoli a costruire le sue fondamenta, i suoi monumenti, la sua arte di vivere. Ci mette appena qualche anno o alcune decine d’anni a distruggersi (l’esempio nazista o dei khmer rossi possono bastare) e ancora meno a distruggerne altre. 3

Non credo risulti da qualche parte negli scritti di Marx che il progresso umano si compia definitivamente con la trasformazione del presente sistema capitalistico-borghese. Al contrario Marx afferma una continua tensione agente nei diversi piani dei sistemi di produzione: nei rapporti economici, dunque, ma anche sociali. E' vero che i rapporti sociali discendono dai rapposrti di produzione, ma la realizzazione totale in un sistema senza classi non ha esito scontato. Ed è appunto soltanto a posteriori che potremo giudicare l'avvenuta realizzazione.
I rapporti sociali sostanzialmente non cesseranno di essere conflittuali sin quando non avrà completo dispiegamento l'assenza di classi.

La propaganda liberista e capitalista ha convinto molti che l'unica alternativa all'utopia egualitaria e di giustizia sociale fosse il raggiungimento del benessere economico per tutti, attraverso l'integrazione (l'assoggettamento in altri termini) dell'economia capitalistica sul piano mondiale, sostituendo quell'utopia cosiddetta socialista con l'utopia tecnocratica, borghese, fondata sulla “democrazia” dell'informazione. L'integrazione doveva avvenire per mezzo di un mito: la pacificazione raggiunta con la redistribuzione "democratica" delle risorse.

Questo mito, che ha radici nell'ottocento, esaltato con le "autostrade dell'informazione" nella contemporanea società detta da alcuni della terza era, ha contribuito ad accelerare il progetto di dominio del capitale Oggi possiamo vedere gli effetti di quell'utopia, se vogliamo, in tutto il mondo. L'introduzione di tecnologie informatiche è servita ad espellere dal circuito produttivo milioni di lavoratori (effetti della globalizzazione), senza offrire alternative economiche capaci di avviare il reinserimento dei lavoratori esclusi, accrescendo sul piano mondiale un proletariato che, secondo alcuni proclami ideologici dell'ultimo ventennio, sembrava (o doveva sembrare) in via di estinzione.
Le tecnologie applicate al progresso capitalistico sono servite e servono soltanto ad accrescere profitti e catastrofi finanziarie che affamano sempre più i lavoratori di tutto il mondo e disorientano politicamente non solo i governi, ma l’intera opinione pubblica.

L'approvazione dell'ideologia liberista e capitalista ha creato le condizioni politiche e sociali per l'emergere di un potere che sta trascinando il mondo intero nella spirale di una "guerra infinita". In Italia, come in molti altri paesi, si cerca di far tornare indietro la storia a tempi che, non dobbiamo dimenticare, hanno provocato milioni di morti.
Un altro effetto sul piano internazionale è quello di aver moltiplicato la costituzione di nuovi stati (attualmente 192) e il numero di conflitti, con la conseguente perdita di altri milioni di vite umane. L'egemonia dei paesi capitalisti, inutile dire, in special modo quella degli Stati Uniti, ha riportato in "onore e gloria" le strategie geopolitiche studiate originariamente dalla Germania nazista. Questo dovrebbe preoccupare! Preoccupazione aggravata dal fatto che nessun altro potere politico è in grado di opporsi al dominio militare di un solo paese. L'invasione della Polonia da parte di Hitler aveva sollevato l'opposizione di intere popolazioni, l'invasione americana dell'Afghanistan e dell'Iraq, sostenuta dalla falsa propaganda antiterroristica, ha invece incontrato il plauso, seppur a volte del tutto ideologico, di decine di paesi e dei loro mezzi di comunicazione di massa ufficiali. Non sono servite le proteste di milioni di persone in tutto il mondo.

Questo, di nuovo, dovrebbe preoccupare! Il fatto che pochi paesi al mondo possano decidere, beffandosi di ogni opposizione, di perpetrare stragi di civili perché nessun altro paese possiede la forza sufficiente per intervenire. E non s'intende intervenire con la violenza, ma nemmeno con ritorsioni economiche o, sul piano politico, per mezzo delle diplomazie, anzi, semmai in caso di opposizione le si deve subire. E' il caso di Francia e Germania durante l'intervento in Iraq.
Opposizione ideologica, certo, legata a calcolati interessi economici e finanziari, ma di esempio sufficiente a mostrare lo strapotere del nuovo imperialismo.
Questa spirale sta trascinando intere popolazioni in tragedie infinite. La stessa storia si sta ripetendo anche in Libia dove il numero dei morti sino ad oggi e prevedibilmente nel prossimo futuro, prima cioè che si raggiunga un assestamento politico, saranno sicuramente un numero impressionante. Molti di più di quanti il regime totalitario di Gheddafi avrebbe mai potuto perpetrare se avesse vissuto ancora trent’anni.

Non che i secoli precedenti non avessero conosciuto i loro massacri. Tuttavia il xx secolo ha conferito al dominio dell’omicidio di massa un principio di legittimità. 4

credo che tale dichiarazione dovrebbe far riflettere più di quanto possa fare una lettura veloce, perché di primo acchito potrebbe essere considerata più scontata di quel che è in realtà. Ci si dovrebbe soffermare soprattutto su di alcune implicazioni contenute nella parola “legittimità” .
In questa affermazione il “principio di legittimità" cui si riferisce Eugene Enriquez non dovrebbe essere interpretato come se un qualche ordine giuridico avesse assorbito costitutivamente norme tese a legittimare i massacri perpetrati nel recente passato (anche ammesso che ciò possa in qualche momento essersi relativamente verificato), e nemmeno l’altrettanto semplicistica constatazione che gli Stati hanno il monopolio legittimo della violenza.

L’affermazione di Enriquez è, a mio modo di vedere, ben più radicale e significa che gli stermini e i massacri hanno distinto a tal punto la storia in generale, e la vita delle persone in particolare, del secolo scorso (e a quanto pare ciò sta accadendo anche per quello presente), che l’omicidio di massa è diventato un fenomeno non più in grado di scuotere la coscienza collettiva o il valore etico della vita delle persone. Habermas in “La rivoluzione in corso” descrive esattamente la stessa idea a proposito dell’atteggiamento della maggioranza dei tedeschi in epoca nazista . E’ questa indifferenza di fronte alla morte di milioni di esseri umani che più turbava allora e dovrebbe tornare a turbarci oggi.
Come osserva Hobsbawn

(…) questo secolo ci ha insegnato, e continua a insegnarci, che gli uomini possono imparare a vivere nelle condizioni più brutali e teoricamente intollerabili, non è facile cogliere fino a che punto (purtroppo in misura sempre crescente) vi sia stato un regresso verso ciò che i nostri antenati ottocenteschi avrebbero definito barbarie. 5

I motivi che hanno portato l’umanità a tali limiti sono certamente molteplici e difficili da sondare. Se mi è lecito vorrei individuare almeno alcuni di quei motivi (oltre quelli cui è stato possibile accennare sin qui), anche se in modo molto superficiale, ovviamente tralasciandone molti altri.

•            Ciò che cambiò alla svolta del secolo, e subì un’alterazione irreparabile, fu il sapere stesso come modo d’essere preliminare e indiviso fra il soggetto che conosce e l’oggetto della conoscenza. 6  Se pensiamo che ancora nel 1750 Buffon ipotizzò che la Terra avesse 75.000 anni e la vita era apparsa soltanto da 35.000 anni, ma fu considerata all’epoca una “buffoneria”, e confrontiamo quel paradigma culturale (così lontano ad esempio dall’idea di poter stabilire scientificamente la datazione della comparsa della vita sulla terra) all’attuale (impegnato nella datazione dell’intero universo) è legittimo pensare che quella svolta abbia avuto per l’umanità l’effetto di un salto nel vuoto. Non è sufficiente infatti rilevare semplicemente l’accumularsi delle conoscenze lungo due secoli di storia per pervenire agli eventi che hanno permesso la fissione nucleare. La mentalità del secolo scorso avrebbe ritenuto la maggior parte delle tecnologie esistenti ora il prodotto di un’immaginazione malata, oggi la realizzazione di alcuni progetti che parrebbero fantascientifici sono solo questione di tempo. E’ accaduto qualcosa che ha portato l’uomo oltre se stesso. Abbandonando ogni riferimento all’organicità e all’unità con la natura, spezzando definitivamente il rapporto tra le “parole e le cose” e trasformando il discorso in linguaggio, per ricordare Foucault, l’uomo ha di fronte a sé l’oscurità nella quale dovrà ritrovare sé stesso: la profondità apparentemente confusa di quelle analisi che spalancano il baratro dell’ignoranza dello sguardo rivolto all’interno. Il panico di sporgersi per guardare il fondo è verosimilmente una resistenza psicologica, un’attivazione del meccanismo di difesa che ancora ci impedisce di immergerci nel buio del nostro inconscio.

•            trasmissione del processo competitivo che ha come conseguenza l’autoriproduzione della lotta fino all’eliminazione del concorrente. Credo che questo sia una delle contraddizioni intrinseche al sistema capitalistico. E’ vero che opera il compromesso a condividere il potere, da cui deriva la “cooperazione capitalistica”, ma è altrettanto vero che questa è sempre soggetta a crisi che ne aggravano la stabilità.

•            L’illusione prodotta dall’ideologia capitalista e liberista che l’ascesa ad un livello economico più alto potesse affrancare dallo sfruttamento. La logica sviluppista, improntata al rastrellamento e al saccheggio delle natura e alla conseguente conquista del monopolio delle risorse da parte di pochi ha funzionato così bene che quasi la totalità del mondo economico, scientifico, intellettuale e via via sino allo strato sociale più basso, in generale, il pensiero liberista ha lavorato perché trionfasse questo principio. E’ vero, la possibilità di estendere all’infinito questo sviluppo era un’illusione e oggi pare quasi antiquato parlarne, quasi che se ne sia preso coscienza e sia stato superato, ma, nonostante tutto, i criteri economici di sviluppo inteso come semplice incremento di beni e servizi reggono ancora i programmi dei governi sia di destra che di sinistra.

Il fatto che la contraddizione sviluppo economico/benessere generale appaia in tutta la sua evidenza non conduce direttamente alla soluzione dei problemi.
Queste considerazioni stanno a dimostrare che non è lo sviluppo economico in sé e sé che consente di raggiungere una condizione di benessere per tutti. Le tecnologie, lo sviluppo industriale e i miglioramenti economici possono portare al benessere generale solo quando smetteranno di essere improntati al profitto e saranno accessibili a tutti. E questo, a mio avviso, non può essere che alla base dell' internazionalismo.

Note
1 Prendendo a prestito e rielaborando un’argomentazione di Maurice Dobb in “Economia politica e capitalismo” e muovendosi dall’idea di progresso come possibilità di estendere i benefici di un dato ritrovamento tecnico a livello di massa (in sostanza il socialismo) e non come avviene nel sistema retto dal capitale soltanto a “cascata”, se, per esempio, una tecnologia consente di ottenere un miglioramento nel risparmio energetico nella costruzione di case la produzione potrà essere diretta in modo cooperativo per estendere a tutti il vantaggio ottenuto dal miglioramento senza preoccupazione del profitto. L’attività produttiva non sarebbe condizionata, dunque, dai maggiori profitti ottenibili in settori teoricamente più remunerativi (logica che sta alla base del sistema economico retto dal capitale).
2 Eugene Enriquez - Uccidere senza colpa (Testo originale presente a lato)
3 Op. cit.
4 Op. cit.
5 Jurgen Habermas - La rivoluzione in corso - Feltrinelli - 1990
6 Eric Hobsbawn – Il secolo breve – BUR - 2000
7 Michel Foucault – Le parole e le cose – Rizzoli – 1998, pag. 273
  lo stesso Voltaire riteneva i fossili uno scherzo della natura e la teoria di Alfred Wegener della “Deriva dei Continenti” risale soltanto al 1915. Le prime ipotesi sull’origine dei fossili risalgono al 1830 per opera di Lyndell (Principi di Geologia) che per la prima volta attraverso uno studio sistematico mise in discussione pubblicamente l’autorità della Bibbia.  

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