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martedì 22 marzo 2022

Alcune riflessioni sulla Storia

 

Avvertenza.

Questo articolo può essere considerato a tutti gli effetti una lunga nota a quello precedente

https://umanitapolitica.blogspot.com/2022/03/la-cina-e-vicina.html

di cui si consiglia la lettura.


§


Si potrebbe dire che con la crisi del 2008 la libertà negli USA si è ridotta ancora di più?

E quali cambiamenti ha prodotto nel controllo del sistema del capitale?

Cosa accadrà alla prossima crisi?

Ha un senso cercare le spiegazioni delle crisi del sistema?

Se si comprendono i motivi è possibile intervenire in modo che non si verifichino di nuovo?

E ancora: sarebbero evitabili o hanno carattere deterministico?


Il tipo di risposte possibili danno una prospettiva diversa al problema storico e alla conseguente sua concezione.

Poniamoci ad esempio la domanda: è possibile comprendere il motivo delle crisi economiche e si possono evitare in caso positivo?

Ammettiamo che si siano scoperte le ragioni che le determinano: è possibile evitarle?1

Soffermiamoci solo al “sì” o “no” di quest’ultima domanda.

Se rispondiamo “sì” significa che potremmo intervenire deterministicamente sugli eventi futuri. In che modo? Se le crisi sono prevedibili e viene impedito che si verifichino la storia proseguirà con eventi diversi.

Se rispondiamo “no” significa forse che il futuro non è determinabile?

Dipende.

Se rispondere “no” vuol dire semplicemente che il sistema nel suo complesso non ammette soluzione perché le crisi sono parte costitutiva del sistema stesso concepiamo comunque una storia deterministica. Se non possiamo impedirle significa che il sistema procederà in un modo determinato. In altri termini esiste un qualche tipo di dinamica interna al sistema che non possiamo cambiare.

Se rispondiamo “no” nel senso che non siamo ancora in grado di risolverle non facciamo altro che ritornare al “sì”. Dunque non siamo ancora in grado, ma potremo esserlo in un futuro. Allora la storia è deterministica per gli stessi motivi citati sopra.


Il problema che concerne l’idea che la storia possa essere regolata da leggi [e quindi essere deterministica] se non è spinta all’estremo (storicismo radicale) può avere un qualche tipo di dimostrazione. A mio avviso il problema deve essere interpretato diversamente dall’ammettere che esistano leggi storiche accertabili. O, per dirla con Popper, falsificabili.

La questione che riguarda i processi storici, però, è alquanto diversa. Ed è, a mio avviso, ciò che deve interessare per comprendere la sua possibile evoluzione nel futuro.

Gli uomini nel contesto di determinate condizioni storiche non hanno di fronte a loro infinite possibilità di risoluzione dei conflitti o di qualsiasi altra criticità (comprese crisi economiche o finanziarie). Sono dominati e condizionati da vincoli di varia natura (condizioni economiche, sociali, culturali) e dunque reagiranno a quelle determinazioni in modo simile in base alle effettive possibilità2.

I conflitti sociali per esempio non offrono milioni di modi diversi per essere pacificati (nel caso s’intendano pacificare): il compromesso è l'unico modo, pur potendo essere realizzati con metodi e tempi diversi.

E, ovviamente, non è detto che quel particolare conflitto venga in qualche modo pacificato pur essendovi la volontà di perseguire la pacificazione, ma sapremmo che in determinate condizioni non era stato possibile risolverlo.

L'altro metodo di risoluzione di un conflitto è la repressione, ma la logica non cambia. La repressione determinerà degli effetti futuri che potrebbero essere  di diverso tipo: politici, sociali, economici, ecc..

Non esiste, mi pare, un periodo storico in cui non si siano verificati conflitti, anche se per ragioni diverse. Questi movimenti determinano una tendenza di sviluppo nella storia umana. Non sono leggi storiche, ma processi leggibili e interpretabili attraverso la conoscenza dei fatti. La difficoltà legata all’interpretazione dei fatti non confuta la potenziale capacità di un’interpretazione obiettiva relativa allo sviluppo della cultura storica di quel dato momento.

Dalle lotte ottocentesche per la giornata lavorativa di 12 ore si è giunti allo statuto dei lavoratori non in un solo balzo, bensì passando attraverso diverse fasi. Attraverso un movimento di cui oggi possiamo vederne il dispiegarsi.

Nel riflettere su queste considerazioni mi è balzata in mente una corrispondenza con l’evoluzionismo. Non perché la storia debba essere necessariamente evoluzionistica e non intendo affermare tale concezione. Non soltanto perché non ne ho le competenze e le conoscenze necessarie, ma perché non credo a questa concezione dell’evoluzione umana in senso storico sociale.

Non c’è dubbio in ogni caso che dal punto di vista tecnico, scientifico e delle forze produttive si sia gradualmente passati da uno stadio in cui l’uomo era cacciatore-raccoglitore a costruire il supercomputer Fugako costituito da circa 159.000 server e una capacità di calcolo di oltre 400 milioni di miliardi di operazioni al secondo e in grado di predire gli Tsunami.

Ora, potrebbe essere relativamente vero che le scoperte siano casuali3, ma la casualità si avvera quando esistono le condizioni generali perché le renda possibili.

Perché parlo di evoluzionismo? Si consideri nella stessa misura l’evoluzione che ha portato all’attuale presenza dell’homo sapiens sapiens. La mutazione che ha portato alla sua comparsa sarà sicuramente casuale4, ma poteva prodursi prima dell’esistenza di quella sorta di scimmione bipede che ha popolato la terra in una determinata era storica?

Possiamo pensare che l’essere umano attuale regredisca per mutazione ad un nuovo scimmione bipede?

Allora, nella stessa misura, è possibile in qualche modo predire l’evoluzione dei processi storici?

Sarebbe stato possibile passare [senza fasi intermedie] direttamente dalla forma di economia presente nell’impero romano all’attuale sistema del capitale?

Dunque, ammesso che non esistano leggi storiche, mi pare che la storia umana segua comunque dei processi attraverso i quali è possibile individuare una tendenza nella sua evoluzione.

Trovo assurdo, quanto il pensare che l’attuale essere umano regredisca ad uno stadio scimmiesco, credere che i processi storici possano invertirsi o deviare tanto profondamente da una curva tendenziale al punto di procedere in modo casuale. Il fatto che le civiltà siano passibili di declino (e anche di questo abbiamo nozione) o che possa darsi il caso di una regressione sociale ed economica è un altro discorso. Potrebbe verificarsi una guerra nucleare che sconvolga completamente le condizioni presenti5, oppure l’avverarsi di eventi legati all’economia politica che facciano tornare indietro (in un modo che non sappiamo) le lancette della storia, ma dati eventi non prevedibili la curva tendenziale dei processi non ha ragione di cambiare.

Non è ridurre la Storia a un fatto naturale, ma la possibilità di predire la tendenza di un processo attraverso gli eventi che si sono succeduti nel tempo: riconoscere che esistono diverse fasi che non fanno balzi secolari. In linea generale mai avvenuti nella Storia oppure la storia che conosciamo è tutta falsa. Ipotesi a cui non è possibile credere.

Mi sembra lecito chiedersi: un supercomputer come Fugako potrebbe predire attraverso modelli matematici non solo il corso della storia entro certi limiti temporali, ma anche particolari eventi politici e sociali catastrofici?

Potrebbe essere inutile, forse, puntualizzare, dato il fine ristrettissimo di queste riflessioni, che la storiografia evenemenziale6 è di certo utile e importante, ma difficilmente porta alla luce l’insieme del movimento storico sottostante che può procedere in modo invisibile in un lungo arco di tempo.

Ciò che oggi ci appare estremamente dilatato e increspato tra due/tre secoli potrebbe apparici chiaramente attraversato da una curva la cui inclinazione non era manifesta.

La questione è: può essere intercettata quella curva?

Se “sì” in qualche modo la storia ha un corso deterministico se “no” la storia è del tutto caotica.

Pensare la storia per processi non è l’inveramento dello storicismo radicale.

Il prosieguo lo lascio al lettore.


1 Qui forse è opportuno fare una precisazione. Capire le ragioni delle crisi economiche periodiche del capitale non significa poterle evitare. Potrebbe essere possibile capirne le cause, ma non per forza potrebbero essere evitabili, e i motivi sono molti. Le crisi possono presentarsi con anticipo rispetto alla previsione oppure le condizioni reali-materiali potrebbero impedirne la risoluzione.

4 E non dimentico certo gli sviluppi della teoria dell’evoluzione di Darwin fino all’attuale teoria dell’evoluzione punteggiata.

5 Mentre scrivo la guerra in Ucraina è ancora in corso. Sono 10 milioni i cittadini fuggiti dalle loro case secondo TG24Sky. Si potrebbe avere la percezione che questa evento (sicuramente tragico) possa in qualche modo cambiare la storia. In realtà sono passati sotto i nostri occhi eventi altrettanto violenti e dolorosi soprattutto in medio oriente, ma agli occhi di qualcuno possono essere sfuggiti. Non penso sarà la guerra di Putin a cambiare il corso della storia: Gli effetti si vedranno negli equilibri internazionali e nelle strategie geopolitiche, come sempre, ma non intaccheranno il sistema del capitale che storicamente è ciò che conta in questo periodo storico.

martedì 8 marzo 2022

"Restiamo umani"?

 

Credo sia di dominio pubblico, anche se attualmente in fase di invecchiamento, quella sorta di “enunciato performativo” o locuzione (non so quale definizione sia più esatta) a lui attribuita  divenuta celebre dopo la morte di Vittorio Arrigoni: «Restiamo umani».

Approvo personalmente l’attivismo politico e sociale di questo giovane ignominiosamente ucciso da terroristi islamici di matrice salafita.

Penso che Vittorio Arrigoni sia stato e dovrebbe essere un esempio, ancor più oggi in cui le cose vanno molto peggio di allora in tutti i sensi. Non ultimo il fatto che di antagonismo all’orizzonte non se ne vede. Prevale un allineamento non solo insulso, che sarebbe un complimento, ma proprio becero a dir poco.

Eppure quel «Restiamo umani» non mi convince e addirittura ne dissento.

La questione è che proprio perché siamo umani siamo capaci di calpestare il rispetto della vita, la tolleranza per le diversità e trascendiamo i limiti dell’accettabile scivolando nella bestialità consapevolmente e a volte, ma non sempre, anche senza rendercene conto.

Questo è l’”uomo”.

Capace di precipitare nell’abisso della più profonda brutalità o di innalzarsi nei più alti cieli dell’amore per il prossimo o nei più alti gradi di ciò che umanamente chiamiamo giustizia.

«Restiamo umani» come affermazione non basta. Occorre definire il senso di quale tipo o in quale modo siamo umani.

Occorrerebbe, forse, dire: «Restiamo umani che si rispettano, cooperano e si amano.».

Il problema è che questo modo di essere “umani” si apprende e per apprenderlo occorrono le condizioni e non è ancora sufficiente. Ogni tanto si dovrebbe ricordare a chi l’ha dimenticato cosa significa degenerare nell’altro modo di essere “umani”.

Ci si ricorda della propria bestialità soltanto quando ad esserlo sono gli altri. La “nostra” bestialità la rimuoviamo, soffriamo di agnosia e nel peggiore dei casi (quando fa comodo e la strategia lo richiede) facciamo finta che gli unici ad essere bestiali siano gli altri. Mi rendo conto che sembrano esserci contraddizioni, ma sono solo apparenti. Ciò che intendo dire è che capiamo la brutalità dell’essere umano, soltanto che giochiamo il gioco del riconoscerla solo all’altro fuori da noi.

I coloni negli ancora non esistenti Stati Uniti hanno perpetrato eccidi sistematici delle popolazioni che vivevano in quei territori. Prima ancora i conquistatori, leggesi invasori, delle americhe.

Tutti dal primo all’ultimo convinti di esportare civiltà o democrazia. Anche a distanza di secoli o soltanto decenni (il colonialismo del novecento è ancora un’ombra oscura alle nostre spalle) la bestialità è soltanto quella degli altri. E difatti in altre forme esportare civiltà e democrazia anche oggi ripercorre le stesse logiche e le stesse strategie: rimpiazzare la presunta inciviltà e bestialità degli altri con la propria. I milioni di morti hanno poca importanza perché la bestialità è quella degli altri.

Siccome è una realtà molto distante da noi nel tempo e nello spazio (ma non tanto in fin dei conti) chi dovrebbe saperlo fa finta di non sapere che le borghesie occidentali seguite e ruota dal potere ecclesiastico hanno cercato di assoggettare la Cina per controllarne l’economia e appropriarsi di quei territori. Affaroni che tra oppio, commerci e risorse avrebbe arricchito tutto l’occidente.

Questi tentativi di smembramento e di conquista dell’impero cinese nell’ottocento hanno prodotto milioni di morti. Ma ovviamente la bestialità era solo nel decadente impero cinese.

Qualcuno inorridisce nel vedere nel grande freak show televisivo (direi anche massmediatico) l’invasione di Putin dell’Ucraina. Ma, di nuovo, ovviamente la bestialità è quella degli altri.

Si portano all’evidenza le bestialità degli altri (il Web è pieno di queste informazioni). Federico Rampini espone come un trofeo, come la testa mozzata di Saddam Hussein) le oppressioni sanguinose di Stalin e Mao, ma  non ci sono operazioni contabili sul numero delle vittime perpetrate dall’anticomunismo. 

Tra queste andrebbero ascritte, tra l'altro, le vittime (cittadini inermi) cadute sotto le democratiche cannonate di Bava Beccaris. Ma il numero non ha dignità di menzione essendo molto esiguo, no?

Come?

Portella della Ginestra? Ma sì non vale la pena parlarne l'esecutore era un criminale gli americani e il governo italiano non c'entrano niente.

Perché ovviamente la bestialità è solo quella degli altri.

Potrei proseguire così anche con una certa dovizia di particolari per molto tempo.

Credo, però, che possa essere sufficiente per tornare al punto da cui ero partito.

«Restiamo umani».

Beh...se restiamo umani in questo modo le cose non credo vadano e di certo non andranno molto bene.

Forse è il tempo di cambiare quell’"essere" umani?

sabato 26 febbraio 2022

Eurialo, Niso e l'imbecillità

 

Viviamo in un’orrenda epoca in cui le guerre sembrano senza soluzione di continuità e ci si dimentica facilmente del passato anche più prossimo.

Succede in ogni cosa, ma proprio per tutto. Figuriamoci le “banalità”, come potrebbero essere le canzonette. Soltanto che non succede solo con le canzonette da ballare in spiaggia, che invecchiano nel giro di (quanto?) tre, quattro mesi? E questo magari non è un male. Ma succede anche con canzoni vere.

La questione è che tutto è moda. Tutto passa. Sembra che a passare non sia l’imbecillità che ormai dura da tanto tempo. Quella che sembra passata di moda è anche l’intelligenza. Si preferisce a questa la banalità e la superficialità.

Quel che non dovrebbe passare di moda è l’antifascismo, ma una marea di revisionismo storico tenta di in ogni modo di far passare anche questo come fosse una moda. Era di moda, ovviamente, quando c’era ancora il PCI o fino a quando qualcuno che ha vissuto sulla sua pelle il fascismo è ancora in vita.

Per quanto mi riguarda l’antifascismo e l’intelligenza esistono e queste non tramonteranno mai.

Non è mai banale e superficiale parlare di cose passate anche se molti non solo non le ricordano più (o fanno finta), ma non le conoscono affatto. Nella musica ascoltare “cose” intelligenti è troppo impegnativo. Meglio non stancarsi. Tant’è che, per fare un nome (niente di personale) Laura Pausini su Youtube ha più visualizzazioni di Bach (è noioso e fa parte di un altro periodo storico).

Allora siccome l’intelligenza e l’antifascismo non devono tramontare propongo l’ascolto di questa canzone:


https://www.youtube.com/watch?v=AXkCjXQvUZI


Ma prima di invitarvi all’ascolto permettetemi di fare una breve esposizione.

Perché i greci, o forse sarebbe meglio dire la cultura ellenistica, abbiano elevato il senso del tragico al sommo grado e a tanto nobile canto non è facile capire. Si può ipotizzare che il vivere fosse così doloroso che il cantarne l'essenza, cioè il tragico, potesse servire a blandire o esorcizzare le pene. Certamente la vita tra malattia, vecchiaia e morte prematura doveva essere soffocata dalla ricerca di qualche momento di felicità o di conforto. Se ci spostiamo di un migliaio di chilometri, all'incirca nella stessa epoca in cui Euripide scrive le sue tragedie, la storia ci parla di un personaggio più o meno leggendario, che risponde al nome di Budda, che cerca la soluzione per eliminare il dolore causato da vecchiaia, malattia e morte. Con le quattro nobili verità rivelatesi attraverso l'illuminazione ha origine una delle più grandi religioni della storia. Il senso del tragico in tal senso potrebbe essere connaturato all'uomo. Oggi la sofferenza dovuta alla fragilità e ai limiti naturali dell'uomo è sicuramente minore per una certa parte dell'umanità, ma riflettere su quei limiti può servire ancora all'uomo per dare risposte a molte cose (anche alla guerra). Personalmente definirei una necessità questo senso del tragico. E quel che manca oggi è probabilmente questa capacità di trovare nuove risposte attraverso di esso. 

Eurialo e Niso paiono sortire dalla mitologia greca arcaica, ma il realtà sono finzione virgiliana. Raccontano e rappresentano l'amicizia, quell'amicizia profonda che si trasforma in amore omosessuale. Possibilità avverantesi unicamente in un modo d'essere che non conosce ipocrisia. Per questo, forse, solo mito, rappresentazione di ciò che utopisticamente si anela. Lo splendore dell'elmo sottratto da Eurialo in un campo nemico (nell’Eneide) che costerà la morte ai due amici, si muta, nel poetico testo di Massimo Bubola, in un'aquila reale presa come trofeo dal mantello di un nazista eliminato dai due partigiani. 

L'amore sensuale del poema virgiliano resta “non detto”, ma il furore eroico che spinge Niso a uscire allo scoperto, nel testo di Bubola, per vendicare la morte dell'amico è quasi rivelatore.

Eurialo e Niso di Massimo Bubola è una ballata triste e dolce, che suscita emozioni forti, difficili da trattenere per le persone assennate. “Però non sono morti invano” è l'affermazione che vien voglia di sussurrare alla fine. Un Bubola gigante della canzone italiana: come sempre. A me l'interpretazione dei Gang sembra la meglio riuscita.


 

domenica 19 agosto 2012

Sempre a proposito di Economie senza mercato

 Sempre a proposito della questione relativa all'argomento Economie senza mercato vi possono essere aspetti correlati che presentano approcci interessanti da prendere in considerazione e che andrebbero ampiamente dibattuti. L'articolo che segue, tratto da Sotto le bandiere del marxismo può essere spunto di riflessione. 


Una Disneyland sociale nell’oceano capitalista


I comunisti usano eccessivamente l’espressione “piccolo borghese”, è vero,  ma, nel caso dell’articolo di Pallante e Bertaglio,(1) non si possono adoperare altri termini: “La saldatura tra i piccoli contadini, i commercianti al minuto, le piccole e medie aziende, gli artigiani e i professionisti radicati nel territorio in cui vivono, con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, può avvenire emarginandosi dalla globalizzazione e rivalutando le economie locali…”

Questa autoemarginazione dovrebbe rendere possibile l’abbandono dell’agricoltura chimica, l’accorciamento delle filiere “la massima autonomia nella produzione alimentare, in quella energetica e nelle produzioni necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali: edilizia, abbigliamento, arredamento, utensileria, attività artigianali, riparazioni e manutenzioni.”

“In un’economia globalizzata le piccole e medie aziende possono trovare spazio solo nella produzione di semilavorati e componenti per le aziende che operano sul mercato mondiale (l’indotto) o nella produzione di prodotti finiti per conto di grandi marchi che operano sul mercato mondiale (contoterziste). Solo liberandosi dai vincoli della globalizzazione e producendo per il mercato locale in cui sono inserite, solo offrendo prodotti finali ad acquirenti del territorio in cui operano, queste aziende possono valorizzare la ricchezza della loro professionalità, della loro creatività e della loro esperienza.”

Si tratterebbe, dunque, di isolarsi dal contesto capitalistico, formando piccole comunità di produttori e professionisti autosufficienti. In altre parole, una sorta di comune dotato delle tecniche più moderne. Ma i comuni medievali dovevano difendere con una selva di norme corporative e con le armi il loro mercato locale, e l’isolamento venne  intaccato  dalle monarchie e spazzato via definitivamente dalle rivoluzioni borghesi. Come potrebbero queste comunità, salvarsi dalla concorrenza internazionale ?

L’articolo si fonda sul presupposto infondato che le comunità locali possano decidere per conto proprio, come se non ci fosse uno stato iperburocratizzato che s’impadronisce di più del 50% dei proventi dell’economia legale, che tollera l’espansione del lavoro nero e tratta con la malavita organizzata, partecipa con la Nato, un’alleanza di briganti imperialisti,  al bombardamento di altri paesi, dalla Jugoslavia all’Afganistan alla Libia. Come può convivere una piccola comunità autonoma con un tale predone ?

Il capitalismo occidentale mobilita mercenari, tagliagole e fanatici per conquistare nuovi mercati, e per sottrarre agli avversari il controllo delle vie del petrolio e del gas, impiegando droni, bombardieri, missili  all’uranio impoverito, le forme più evolute di monitoraggio satellitare, mobilitando le sue centrali spionistiche e i media. Per quale ragione questo capitalismo gangster dovrebbe lasciarsi sottrarre vaste zone permettendo la rinascita di mercati locali protetti? Al massimo, potrebbe tollerare in una piccola valle un esperimento del genere, ma lo trasformerebbe in una curiosità, una sorta di Disneyland sociale, e organizzerebbe l’afflusso dei turisti. Certi esperimenti sono ammessi solo se isolati. Il parco di Yellowstone, ad esempio, vuol dare a chi la visita o  ne vede i filmati, l’idea di un’America che protegge gli animali e i boschi. In realtà serve a celare, dietro a un’immagine idilliaca, un regime spietato che distrugge  natura ed esseri umani, non solo in casa propria, ma anche nel resto del mondo con le guerre.

Si pensa che la tecnica, di per sé, possa risolvere tutti i problemi. Le energie rinnovabili ? Dopo la fase sperimentali, i grandi paesi si sono gettati in questa produzione, e la Cina sta vincendo la concorrenza, persino industrie tedesche hanno dovuto abbandonare il campo, altro che piccola produzione locale. I carburanti di origine vegetale, entrati nella fase industriale, richiedendo grandi quantità di mais, hanno affamato intere popolazioni. Le tecniche nuove sono armi a doppio taglio, tutto dipende dall’uso sociale che se ne fa. Una nuova macchina, se usata capitalisticamente, getta nella strada migliaia di operai, se usata socialmente può ridurre l’orario di lavoro e la fatica di chi lavora. L’energia solare, eolica, geotermica non sfuggono a questa regola.

Le nuove tecniche, più sono evolute, più indeboliscono i settori sociali al tramonto. Le classi sociali fondamentali nel capitalismo sono tre: imprenditori (dell’industria, dell’agricoltura, del commercio…), proprietari terrieri e proletari. Più il capitale si sviluppa, più la piccola borghesia classica, residuo storico di sistemi produttivi precedenti, è in pericolo. E’ vero che si forma un altro settore di piccola borghesia strettamente dipendente dal capitale (benzinai, negozi in leasing, autoriparazioni…), ma cresce assai più rapidamente  il numero dei parassiti, faccendieri, speculatori, malavitosi, ecc.

La piccola borghesia ha sempre visto il comunista come il pericolo, il fanatico che le voleva portare via il negozietto, il campicello. L’espropriatore è invece il capitale, tramite la concorrenza, e con la catena dei debiti. Molti negozi già ora sono puri concessionari di grandi imprese, e molte terre di piccoli contadini sono in realtà delle banche, che detengono le ipoteche. Chi finora è riuscito a salvarsi non ci riuscirà in futuro, perché la crisi rende più aggressivi i grandi capitali che, non potendo aumentare i guadagni con l’industria, si dedicano alla rapina legalizzata, impadronendosi con mille trucchi, pressioni e minacce, dei beni delle piccole e medie imprese. Si aggiunga lo stato, che drena masse enormi di denaro dalle classi sociali più deboli per darle alle banche o alle grandi imprese.

Quindi, la piccola borghesia, lungi dal baloccarsi col sogno di un piccolo mondo socialmente antico, sia pur tecnologicamente al passo, deve rendersi conto che propria caduta nel proletariato è imminente. Un tempo, un negoziante, facendo studiare i figli, poteva sperare di dare loro un posto sicuro e ben rimunerato. Oggi, laureati in materie scientifiche, ricercatori chimici e fisici, impegnati in importanti ricerche, sono condannati al precariato e a stipendi che non superano di molto quelli di un manovale. Qualche individuo può sfuggire alla proletarizzazione, non la massa.

Non siamo condannati per l’eternità all’inferno capitalistico, con le sue guerre economiche e finanziarie - non meno terribili di quelle condotte con armi vere e proprie. Ma la soluzione non può essere locale e localistica. Bossi si è inventato un paese di pura fantasia, la Padania, e molti gli hanno creduto. Ha ancora meno senso immaginare una piccola Yellowstone sociale, al riparo dalle tragedie del capitalismo.

Il legame tra chi lavora e gli strumenti di lavoro, che esisteva nell’artigianato e nella piccola agricoltura, è stato infranto dal capitale, che li ha espropriati, ma nello stesso tempo ha reso sociale la produzione. Occorre espropriare gli espropriatori, ma tornare alla piccola proprietà, anche se fosse possibile su vasta scala, non impedirebbe la rinascita del capitalismo in breve tempo. Bisogna socializzare i mezzi di produzione, perché il ricongiungimento tra lavoratori e strumenti di lavoro è possibile solo in forma collettiva, salvaguardando la produzione di massa, non più finalizzata al profitto, ma alle esigenze della popolazione.

Se i lavoratori, la stragrande maggioranza dell’umanità, riusciranno a conquistare il potere – con la rivoluzione, non con le chiacchiere elettorali - allora, al posto dell’uso capitalistico delle macchine subentrerà l’uso sociale, la riduzione dell’orario di lavoro di oltre la metà assorbirà la disoccupazione. Venendo meno le esigenze del profitto, sparirà la speculazione edilizia, la produzione di merci inutili e dannose, la pubblicità frastornante.  Con  le tecniche americane di demolizione degli edifici, una volta data un’abitazione a tutti, si potranno distruggere gli immobili superflui e riconquistare vaste zone all’orticultura, alle serre, alla vita sociale.

I socialdemocratici di un tempo, i Treves e i Turati, erano d’accordo su questi punti, ma s’illudevano che fosse possibile giungervi per via pacifica, parlamentare. I comunisti dissero che quella via era diventata impossibile per la crescita della burocrazia e del militarismo, e che occorreva abbattere l’imperialismo. Il capitalismo non avrà un tacito tramonto, ma con le sue guerre e le sue crisi metterà in pericolo l’intera umanità, se la classe operaia e le classi sfruttate non sorgeranno per schiacciarlo definitivamente.

Michele Basso

10 agosto 2012

Stati Uniti: impero criminale e sanguinario. E altre cose...

Un certo numero di italiani, ma non molti, credo, avranno sentito parlare o almeno citare probabilmente in tivvù, e dove sennò, i Padri Pell...