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martedì 8 marzo 2022

"Restiamo umani"?

 

Credo sia di dominio pubblico, anche se attualmente in fase di invecchiamento, quella sorta di “enunciato performativo” o locuzione (non so quale definizione sia più esatta) a lui attribuita  divenuta celebre dopo la morte di Vittorio Arrigoni: «Restiamo umani».

Approvo personalmente l’attivismo politico e sociale di questo giovane ignominiosamente ucciso da terroristi islamici di matrice salafita.

Penso che Vittorio Arrigoni sia stato e dovrebbe essere un esempio, ancor più oggi in cui le cose vanno molto peggio di allora in tutti i sensi. Non ultimo il fatto che di antagonismo all’orizzonte non se ne vede. Prevale un allineamento non solo insulso, che sarebbe un complimento, ma proprio becero a dir poco.

Eppure quel «Restiamo umani» non mi convince e addirittura ne dissento.

La questione è che proprio perché siamo umani siamo capaci di calpestare il rispetto della vita, la tolleranza per le diversità e trascendiamo i limiti dell’accettabile scivolando nella bestialità consapevolmente e a volte, ma non sempre, anche senza rendercene conto.

Questo è l’”uomo”.

Capace di precipitare nell’abisso della più profonda brutalità o di innalzarsi nei più alti cieli dell’amore per il prossimo o nei più alti gradi di ciò che umanamente chiamiamo giustizia.

«Restiamo umani» come affermazione non basta. Occorre definire il senso di quale tipo o in quale modo siamo umani.

Occorrerebbe, forse, dire: «Restiamo umani che si rispettano, cooperano e si amano.».

Il problema è che questo modo di essere “umani” si apprende e per apprenderlo occorrono le condizioni e non è ancora sufficiente. Ogni tanto si dovrebbe ricordare a chi l’ha dimenticato cosa significa degenerare nell’altro modo di essere “umani”.

Ci si ricorda della propria bestialità soltanto quando ad esserlo sono gli altri. La “nostra” bestialità la rimuoviamo, soffriamo di agnosia e nel peggiore dei casi (quando fa comodo e la strategia lo richiede) facciamo finta che gli unici ad essere bestiali siano gli altri. Mi rendo conto che sembrano esserci contraddizioni, ma sono solo apparenti. Ciò che intendo dire è che capiamo la brutalità dell’essere umano, soltanto che giochiamo il gioco del riconoscerla solo all’altro fuori da noi.

I coloni negli ancora non esistenti Stati Uniti hanno perpetrato eccidi sistematici delle popolazioni che vivevano in quei territori. Prima ancora i conquistatori, leggesi invasori, delle americhe.

Tutti dal primo all’ultimo convinti di esportare civiltà o democrazia. Anche a distanza di secoli o soltanto decenni (il colonialismo del novecento è ancora un’ombra oscura alle nostre spalle) la bestialità è soltanto quella degli altri. E difatti in altre forme esportare civiltà e democrazia anche oggi ripercorre le stesse logiche e le stesse strategie: rimpiazzare la presunta inciviltà e bestialità degli altri con la propria. I milioni di morti hanno poca importanza perché la bestialità è quella degli altri.

Siccome è una realtà molto distante da noi nel tempo e nello spazio (ma non tanto in fin dei conti) chi dovrebbe saperlo fa finta di non sapere che le borghesie occidentali seguite e ruota dal potere ecclesiastico hanno cercato di assoggettare la Cina per controllarne l’economia e appropriarsi di quei territori. Affaroni che tra oppio, commerci e risorse avrebbe arricchito tutto l’occidente.

Questi tentativi di smembramento e di conquista dell’impero cinese nell’ottocento hanno prodotto milioni di morti. Ma ovviamente la bestialità era solo nel decadente impero cinese.

Qualcuno inorridisce nel vedere nel grande freak show televisivo (direi anche massmediatico) l’invasione di Putin dell’Ucraina. Ma, di nuovo, ovviamente la bestialità è quella degli altri.

Si portano all’evidenza le bestialità degli altri (il Web è pieno di queste informazioni). Federico Rampini espone come un trofeo, come la testa mozzata di Saddam Hussein) le oppressioni sanguinose di Stalin e Mao, ma  non ci sono operazioni contabili sul numero delle vittime perpetrate dall’anticomunismo. 

Tra queste andrebbero ascritte, tra l'altro, le vittime (cittadini inermi) cadute sotto le democratiche cannonate di Bava Beccaris. Ma il numero non ha dignità di menzione essendo molto esiguo, no?

Come?

Portella della Ginestra? Ma sì non vale la pena parlarne l'esecutore era un criminale gli americani e il governo italiano non c'entrano niente.

Perché ovviamente la bestialità è solo quella degli altri.

Potrei proseguire così anche con una certa dovizia di particolari per molto tempo.

Credo, però, che possa essere sufficiente per tornare al punto da cui ero partito.

«Restiamo umani».

Beh...se restiamo umani in questo modo le cose non credo vadano e di certo non andranno molto bene.

Forse è il tempo di cambiare quell’"essere" umani?

venerdì 25 maggio 2012

Redenzione e Utopia

“Redenzione e utopia” di Michael Löwy mette in rilievo l’importanza che il mito messianico ha avuto nel corso del XX secolo.

Si potrebbe specificare:  in una forma d’interpretazione atea figure quali Gustav Landauer, Ernst Bloch, Giörgy Lukács, Erich Fromm e molti altri è da ritenere abbiano influenzato la critica anticapitalistica perpetuando una tradizione di salvazione, o, si potrebbe definire, di conseguimento di una condizione di libertà, di cui è ben difficile datarne gli albori e l’origine.

Certo usare il termine “libertà” rischia di rendere ancor più oscuri concetti già abbastanza difficili da interpretare con parole dal significato universalmente riconosciuto, ma in modo approssimativo possiamo prendere per buono il senso del termine “libertà” come condizione di assenza di costrizione al di fuori dei legami imposti dai rapporti tra simili. Potremmo forse definirlo come “libero arbitrio”, in quanto capacità dell'umanità di scegliere  del proprio destino in assenza di una qualche forma di potere, che sia economico, politico o d'altro tipo.

Impossibile spingersi oltre in questa sede nell'approfondimento di tale questione, quindi mi si scuserà se prenderò per buone tutta una serie di nozioni che non troveranno consenso per la loro indeterminatezza.

I punti da cui partire per ripercorrere la storia della trasmissione del mito della salvazione sono innumerevoli. Non c'è dubbio, mi pare, che alcuni strumenti di comunicazione abbiano tramandato senza che vi fosse una volontà precisa concezioni mitiche provenienti da una passato lontanissimo e difficilmente individuabile. La stessa cartografia Tolemaica nasce in Egitto e giunge sino al medioevo trasmettendo la “cognizione del mondo” che era propria di quel paradigma che porta con se il bisogno imprescindibile di redenzione. Non credo assurdo pensare che possa aver continuato a condizionare la nostra cultura.1 Forse addirittura tutto il pensiero utopico potrebbe essere ricondotto al bisogno di redenzione.

Il problema, che affligge anch’esso da secoli l’uomo, della bontà o della cattiveria della natura umana non è marginale in tale contesto. Mentre per il mito cristiano l’uomo è “cattivo” a causa del peccato originale, dunque imperfetto, epperciò bisognoso di salvezza e redenzione, per il socialismo l’uomo è sostanzialmente capace di realizzare una vita buona, ma è necessario un progetto salvifico. La redenzione si compie con abbattimento del sistema presente.2

Relativamente all’immagine utopistica del filosofo contemporaneo Zerzan è opportuno soffermarci su di un aspetto che trae facilmente in inganno e affascina: la ricerca di un modello di vita vicino alla natura. Ma questi sono aspetti filosofici e pratici che lo avvicinano a concezioni mistiche e religiose. Si potrebbe osservare che anche qui siamo di fronte alla ricerca e al ritorno del “paradiso perduto” (i giardini dell’Eden sembrano essere stati individuati geograficamente a sud del Caspio da cui discenderanno le civiltà sumera e mesopotanica). Idea di cui Zerzan è pienamente consapevole “L'Eden - osserva l’autore - era chiaramente la dimora dei cacciatori-raccoglitori e l'ardente desiderio espresso dalle immagini storiche del paradiso dev'essere stato quello dei disillusi coltivatori della terra per la perdita di una vita di libertà e di relativo agio.”3

Un tema presente, pare, in tutte le culture e che in occidente deriva dalle scritture egizie, come dicevo più sopra, che esprimevano la nostalgia di una leggendaria terra prospera e rigogliosa, colma di frutti e di ricchezze. E’ una leggenda, quella del mito egizio di un paradiso perduto, poco conosciuta, ma che ha influenzato gran parte dei miti e delle culture religiose successive. Ricordiamo che Mosè, nella sua figura del tutto leggendaria, era vissuto in Egitto e potrebbe essere considerato, in un certo senso, il più importante propagatore di quella cultura attraverso il mito della “terra promessa”. Il fatto che Mosè sia solo una figura mitica non vanifica il ragionamento. L’inventore di tale storia leggendaria è il soggetto attivo di tale trasmissione.

Anche nel rapporto uomo/natura è possibile scoprire molteplici influenze che trascendono lo spirito razionalista della modernità, che sfuggono, o sembrano apparentemente sfuggire, alla dialettica illuministico-borghese e per questo particolarmente attraenti e insidiose, inerenti a quel regresso dell’Illuminismo alla mitologia, per l’incapacità di sfuggire alla propria autodistruzione.
Credo che un percorso a ritroso nel tempo ci porterebbe molto lontano nella ricerca di un mito rivolto al rapporto magico tra uomo e natura, e penso che il fallimento del dominio dell’uomo sulla natura (mito illuministico che vedeva nel progresso la possibilità di realizzare la pacificazione dell’umanità attraverso la ragione), conduca, come hanno mostrato Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell'Illuminismo, al rovesciamento della razionalità, cifra tipica e distintiva del pensiero illuminista.4

Mi soffermerò su un prossimo articolo della possibilità di interpretare la secolarizzazione quale religione atea, e nello stesso tempo potremmo affermare quanto anche le teorie critiche antilluministiche e anticapitalistiche possano svolgere una funzione mitica sebbene su di un piano assolutamente diverso. Pare in un certo senso che l’uomo sia condannato all’illusione religiosa. Così si esprime uno studioso buddista

“L’uomo pare, è destinato ad avere una religione, anche se celata sotto spoglie diverse (…) Tra tutti questi sostituti il peggiore è lo Stato. Dio, invenzione opportuna, può almeno essere un Dio d’amore. Ma lo Stato è freddo, impersonale; (…) non ha altro che consapevolezza, tagliato fuori com’è da ogni rapporto con la vasta realtà dell’inconscio (…). Come tutte le cose di dimensioni eccessive, non ha significato; ed io (…) le detesto tutte, che si tratti di un grande negozio, o di una società anonima o di una organizzazione mondiale. Tutti questi organismi mancano di umanità; promulgano stolti regolamenti da cui sono legati; e non si curano di nulla.”5

Si potrebbero proporre numerosi esempi relativi a questa influenza, più o meno ideologici o utopistici.
Un concetto che si trova in stretto legame con la tradizione millenaristica del paradiso perduto è l’esodo. Non credo sia fortuito che il professor Negri si sia servito soprattutto in Impero di alcune parole quali esodo, appunto, ma anche moltitudine o espressioni che evocano una serie potremmo dire di script presenti nella tradizione giudaico/cristiana. Evidentemente Negri conosce bene la magia delle parole.
E’ interessante notare il linguaggio con il quale si esprime Marco Melotti “il Regno è già intorno a noi, si tratta solo di chiamarci fuori da questo simulacro di realtà, questa sorta di incubo ad occhi aperti, in cui qualche maligno incantesimo ci ha imprigionati, per incamminarci verso una radiosa <> dimensione che ci attende. Il grande Avvento, per costoro, è compiuto; dovremmo solo avvedercene, e migrare in sua gloria, invece di ostinarci a voler rimanere avvinghiati alle nostre catene già sciolte da un pezzo ed ormai divenute per noi, poveri stolti, una sorta di ingannevole <>6

L’autore rispondendo attraverso l’uso di un certo linguaggio ha colto perfettamente non solo il senso magico delle parole ma anche la funzione mitica delle concezioni negriane.
I confini tra la nostalgia per il paradiso perduto, il sogno di una vita di piacere, di ozio, di benessere e l’utopia di un mondo pacificato sono molto sottili e indefiniti e provengono dal profondo dei secoli se non dei millenni. Il sistema capitalistico non ha mancato di assorbire una parte del <> che aveva soppiantato e di servirsi di un nuovo mito (il benessere perenne prodotto dallo sviluppo sfrenato e dalla ricchezza economica) oscurando e deformando totalmente il desiderio di una vita piacevole e gioiosa, dando vita al paradosso più assurdo e a un delirio di massa così immenso che solo le grandi religioni monoteistiche erano state capaci di creare: lavorare e servire sempre più per avere sempre di più ma non poterne mai godere, la conquista di un benessere che sarà sempre rimandato all’infinito. 7

Occorre d’altronde ricordare che la religione primitiva aveva non da ultimo lo scopo di mettere in rapporto l’uomo con la natura, di ritrovare quegli stessi legami che in qualche modo l’uomo aveva perduto nel passaggio allo stato umano. La razionalità e la coscienza hanno separato l’uomo dall’idillio, ricostruire quei legami spezzati era il fine della religione originaria. La magia attraverso tecniche che avevano lo scopo di ottenere il controllo degli eventi (naturali o inerenti l'esistenza) potrebbe essere interpreta come processo interni al pensiero religioso. Religione e magia non sono inscindibili “nel loro farsi” nell'evoluzione storica.8

Ma la religione è un’illusione. Essa offre la speranza di una pacificazione, un paradiso perduto, che non potrà mai essere conquistato perché semplicemente impossibile come può essere la promessa ad un ritorno all’indifferenziato. La reintegrazione dell’uomo nella natura significherebbe la sua stessa scomparsa.
Si spera che l’umanità nel futuro sappia dare una risposta concreta e positiva attraverso la propria autorealizzazione almeno alla seguente domanda - ogni forma di organizzazione sociale contiene già in se il germe della propria autodistruzione?

Osserva John Clark “in quanto Kratos, in quanto dominio, comporterà inevitabilmente aspetti negativi di coercizione, di imposizione di una volontà, il fallimento della cooperazione volontaria, il pericolo di un potere corruttore, i rischi dell’ideologia, le tentazioni di una tirannia della maggioranza”9 e dunque, posto il problema in altri termini, Il semplice legame sociale, superato il distruttivo conflitto tra classi, è in grado di garantire la coesione e la stabilità di un dato sistema sociale (comunitario)? La risposte richiederebbero lo scorrere dell’analisi su più livelli o “ambiti”: politico, economico, storico, il più profondo dei quali riguarda appunto la natura e l’origine dei legami sociali. E anche se “l’origine è ciò che ci ha fatti tali” e “si è irrimediabilmente” allontanata, “impossibile da raggiungere” 10 non ci si dovrebbe sottrarre a cercare una possibile risposta con la consapevolezza che “l’origine, rivestita con tutte le attrattive del paradiso perduto, è vissuta come <> che tutti inseguono disperatamente per trovare un senso alla vita.”11

Queste, in sostanza, alcune considerazioni che a mio avviso tendono a mettere in luce quanto il pensiero occidentale, senza che ci se ne accorga, sia incline a interpretare attraverso stereotipi che agiscono al di sotto del ragionamento critico, e che ormai dovrebbero essere resi manifesti ed abbandonati. Siamo così immersi in un melange di concetti che si riproducono da secoli che non possiamo fare a meno di interpretare certi fatti attraverso di essi: come fosse una coazione a ripetere.
E' facile, dunque, vedere nel pensiero marxiano un riprodursi di quei concetti. In realtà la distorsione proviene da chi giudica e non perché essa sia per forza presente. E' vero che si può obiettare che Marx possa aver interpretato la realtà attraverso quei canoni, ma allora la teoria del Caos è scientifica o semplicemente una trasposizione di elementi mitologici in un sistema fisico-matematico?

Certamente Marx aveva ben presente il racconto biblico e non gli sarebbe stato difficile servirsene in modo consapevole, ma proprio per tale motivo ha cercato di spogliare il pensiero economico e sociale da elementi mitici interessandosi alla comprensione del funzionamento del sistema economico più che a darne spiegazioni teoretiche, esaltando la lotta come strumento di trasformazione della realtà invece di offrire confortevoli soluzioni filosofiche.

Note


1 Credo sia importante rilevare che la cartografia non era una scienza sino al ‘400. Le mappe avevano un valore religioso e cosmologico in cui i luoghi venivano rappresentati secondo la fantasia e le teorie che più soddisfacevano un “universo simbolico” dominato (e controllato) dall’ideologia cristiana. Il paradiso terrestre era parte costitutiva della cosmografia e nell’immaginario una sorta di luogo beato e felice collocato oltre le terre conosciute, solitamente su un’isola.
2 Altre interpretazioni accreditate sostengono che una sorta di escatologia socialista (presente anche in Marx) derivi dalla visione mistica della liberazione contenuta nella tradizione giudaico-cristiana. Credo sia possibile mettere in rapporto l’idea del paradiso perduto propria di tale tradizione con l’ispirazione religiosa del socialismo originario dove la condivisione ideologica dell’Avvento di una nuova era funziona da trat d’union. Come ho sostenuto nel testo mi pare plausibile far discendere il mito giudaico-cristiano dalla mitologia egizia e forse si potrebbe andare ancora più a ritroso nel tempo. Segnalo due brevi scritti interessanti cui è accennato l’aspetto mistico-storicistico del socialismo “Il comunismo dall’utopia alla mitologia” e “L’autopraxis storica del proletariato” di Maximilien Rubel. Ambedue pubblicati su Vis-à-Vis
3 Agricoltura di John Zerzan tratto da Terra Selvaggia #5 - aprile 2001
4La problematica sollevata dalla “Dialettica” di Adorno e Horkheimer è ben nota, ma debbo abbandonare il discorso lasciando aperta la questione perché porterebbe fin troppo lontano da un'esame superficiale come questo. Mi é parsa interessante la trattazione che ne fa Marco Franceschetti in La filosofia della musica di Th. W. Adorno (copia inviata in pdf) http://www.cicuta.net/dissonanze/marco/capdue.htm
5 Christmas Humphreys – Lo Zen – Ubaldini Editore 1963
6 Marco Melotti “Al tramonto del secolo: note a margine per una resa dei conti ed una ripresa della critica” - Vis-à-Vis n.4
7 A questo proposito consiglio la lettura di Armand Mattelart - Storia dell'utopia planetaria. Dalla città profetica alla società globale.
8 John Clark – “Ripensare la società” in Volontà Democrazia e oltre - Milano anno XLIII n.4 del 12/1994 - pagg 93 -115
9 Non intendo confondere la questione del “dominio sulla natura” perseguita sia della magia che della scienza come - diverso dispiegarsi dell'azione esercitata per quell'”ottenerne il dominio” - Sostituire l'una all'altra a mio avviso è fuorviante.
10 “Dall’orda allo stato” - pag. 205 op. cit. in ragionando-sulla-scienza-politica
11 Ibid.

mercoledì 23 maggio 2012

Natura umana e altri argomenti

La natura umana è solo un'astrazione o ha fondamenti empirici ed elementi materiali dimostrabili? Quando parliamo di "mente" cosa intendiamo e come può essere definita in termini concreti?


Ho trattato, e continuerò a trattare, argomenti che percorrono strade i cui reticoli legano fatti sociali, politici ed economici non sempre palese. Ovviamente i temi che ho affrontato – e affronterò - andrebbero ampiamente approfonditi, ulteriormente discussi e chiariti, ma non sono così presuntuoso (un po' si, ma non troppo) da credere che ciò migliorerebbe la lettura l'interesse  e la loro comprensione.
 
Ho accennato a questioni - e affronterò ancora il discorso – che riguardano la natura umana. Tale questione è un problema immenso: forse dovrebbe addirittura partire dall’omonimo Trattato di Hume che ancora oggi presenta vari spazi di discussione se non altro a dimostrazione di quanto ancora alcuni concetti (per non dire molti) a distanza di circa tre secoli non abbiano trovato una definizione soddisfacente. Tant’è che autori di diverse discipline si richiamano ancora a quell’opera e molte volte dando per scontato concetti quali: istinto, passione e i, non certo più chiari, tendenza dell’uomo e impulso naturale. Non c’è dubbio che Hume abbia aperto la strada alla psicologia scientifica portando fuori dalla speculazione metafisica il discorso sull’uomo, ma questa è tutt’altra faccenda e riguarda gli “addetti ai lavori”.

 
Un altro concetto che richiama in certo qual modo la questione della natura umana è l’idea della mente umana come “tabula rasa” di Locke. L’idea potrebbe far pensare alla concezione di uno sviluppo storico della natura umana qualche volta accettata anche da pensatori non di orientamento marxista, ma anche su questo punto credo vi sarebbe da discutere a lungo sul termine “mente” il cui significato è sovente usato in modo assodato e generico. “Mente”, “natura umana”, “interesse personale” e molte altre parole che implicano concetti complessi esprimono in realtà significati molto diversi, e non sembra esistere una formalizzazione anche in ambito più strettamente specialistico o, in ogni caso, non sempre è condivisa.

 
Indicativamente credo possano essere tutt'al più considerate coordinate necessarie al fine di definire la soggettività umana o le peculiarità del genere umano, ma non descrivono intelligibilmente l’essenza dell’uomo che sfugge alla convenzionalità e alla limitatezza delle parole. Affermare per esempio che la mente, nel senso lockiano, è una tabula rasa cosa significa? Semplicemente che l’uomo nasce ignorante (nella più ampia accezione, dunque non solo per quel che riguarda le conoscenze sul mondo, ma anche per i sentimenti o le passioni) o perché manca anche della organizzazione e della formazione strutturale che gli consente di “muoversi” e sopravvivere nella realtà come gli altri animali? O altro ancora? 


Quando parliamo di mente intendiamo comprendere anche le disposizioni biologiche o l’apparato psichico e intendiamo comprendere sia la sfera intellettiva che la sfera affettiva?
La mente e la natura umana sono la stessa cosa, indicano aspetti diversi di un tutto o devono essere considerate categorie diverse? In quale misura quindi la mente alla nascita è una tabula rasa? E ancora: per nascita intendiamo il neonato quando viene alla luce o ancora prima? Se intendiamo il momento in cui viene alla luce sarebbe ben difficile sostenere l’idea della tabula rasa per l’ovvia considerazione che esistono per il bambino esperienze prenatali e queste possono aver già in qualche modo organizzato il suo futuro psichismo.

 
Secondo Berger e Luckmann “Se è possibile dire che l’uomo ha una natura ha più significato dire che l’uomo costituisce la propria natura, o, più semplicemente, che l’uomo produce se stesso. “ [1969], affermazione che potrebbe sottoscrivere anche il marxista più ortodosso, ma recentemente è stata proposta un’interpretazione tesa a recuperare un certo biologismo dell’evoluzione e della natura umana all’interno del marxismo proponendo da parte di Peter Singer una cultura di sinistra darwiniana, aggiungerei in senso stretto, condivisa tra l’altro anche da posizioni libertarie (vedi “Nuovi percorsi per l’anarchismo” di Thomas S. Martin – pubblicato su www.nonluoghi.info).

 
Per finire un'ultima precisazione: “L’esortazione a mantenere un “atteggiamento” pragmatico che fa appello al “principio di realtà” o ad una “ragione strumentale”, e che pretenderebbe di essere indifferente alla particolare condizione sociale o politica e si maschera dietro a metodologie che sono “lo strumento di tutte le azioni della società, ma non deve stabilire i modelli di vita sociale e individuale” è volto a creare l’impressione di un distacco imparziale da parte di una certa ricerca o di una certa politica che si pensa in grado di formulare giudizi obiettivi. In realtà gli strumenti (teorici) e le metodologie sono solo apparentemente imparziali.”

 
Non intendo affermare in assoluto che non esistano enunciati obiettivi e fondati empiricamente, e insomma che in qualche modo non si possa fare della scienza umana, intendo però affermare che esistono asserzioni che si trovano ai confini o ai margini (e forse nemmeno tanto ai margini) delle varie discipline che nulla hanno a che vedere con verità scientifiche e che dipendono unicamente (e sottolineo – unicamente) dalle convinzioni, dalle simpatie, dalle concezioni del singolo studioso e che invece vengono spacciate per “verità”. Questo, va detto, accade tanto a destra che a sinistra e non sarebbe ripugnante se i vari autori dicessero chiaramente “io sono liberale”, “io sono conservatore, “io sono marxista” e via di questo passo, evitando di mascherarsi dietro ad affermazioni falsamente neutrali, la quale neutralità personalmente ritengo una baggianata.

Stati Uniti: impero criminale e sanguinario. E altre cose...

Un certo numero di italiani, ma non molti, credo, avranno sentito parlare o almeno citare probabilmente in tivvù, e dove sennò, i Padri Pell...