giovedì 24 febbraio 2022

Massimo Polidoro, complottismo e pasticci evitabili


Un breve inciso per evitare equivoci.

Apprezzo Massimo Polidoro per l’impegno profuso nella demistificazione delle bufale. Operazione più che mai necessaria in questi ultimi anni in cui la confusione su molti presunti misteri regna sovrana. Tante, troppe sono le disinformazioni circolanti in Rete per restare impassibili di fronte a tale scempio.

L’immaginario popolare e non ha moltiplicato e riprodotto frottole (per usare un termine gentile) come non si era mai visto e sentito. Inutile dire che Internet con tutti i suoi potenti mezzi ha permesso e permette la diffusione senza limiti aggiungendo confusione a confusione, sia nelle faccende futili sia in quelle di eminente importanza: dal cospirazionismo (complotti di tutti i generi a volte molto gravi per l’effetto di alterazione della realtà) alla pretesa delle pseudo scienze di prospettare verità più alte e, passatemi il termine, antisistemiche (perché la scienza è tutta e solamente al servizio del potere, ovviamente, come se non esistessero “poteri” antagonisti tra loro).

In proposito anche una disamina minima richiederebbe parecchio spazio, ma per maggiore chiarezza faccio un breve accenno.

Consiglierei intanto la lettura di questo articolo per farsi un’idea della questione:


https://www.micromega.net/pandemia-postmoderna/


Cito un estratto: «A partire da un certo periodo il richiamo all’esame di realtà è liquidato come residuo di positivismo. Da qui la sfiducia nei saperi costituiti, nelle scienze esatte, in tutto ciò che è il cosiddetto “pensiero competente”. Le conoscenze esatte vengono degradate a miti condivisi e i miti rivalutati come forme universali di conoscenza. Astronomia e astrologia, per esempio, divengono due “tradizioni”, due tribù culturali con eguale dignità, benché l’astrologia sia sicuramente più interessante, perché pre-moderna e democratica, non chiusa alla pratica per le persone non scientificamente competenti. Quindi, l’immunologo e l’idraulico che si informa su facebook si equivalgono, ma del primo è bene dubitare di più, con la sua pretesa antidemocratica di oggettività.».


Cosa accade seguendo la logica del “tutti hanno ragione”? Non è più possibile dimostrare una “verità” per quanto relativa possa essere.

E’ vero che non esistono verità assolute ed eterne, ma questo non significa che non ne esistano. Il fatto che si sia scoperto il cosiddetto entanglement quantistico non ci impedisce di misurare esattamente la velocità di un mobile se conosciamo lo spazio percorso e il tempo impiegato a percorrerlo. Esiste una fisica che va oltre il conosciuto? Esistono veramente le superstringhe e undici dimensioni come propone una parte della fisica (si veda a tal proposito Edward Witten)?

Non penso che questi interrogativi possano rientrare nelle competenze di ignoranti come me e come tanti altri: cioè la maggior parte della popolazione. Cosa significa che non posso parlare di niente? No, ma non ho la pretesa di esprimere opinioni a riguardo.

E perché mai chi non studia immunologia, virologia o altre scienze dovrebbe avere la pretesa di giudicare ciò che è vero e ciò che è falso in questi campi?

Tutt’al più potremmo esprimere opinioni sull’uso politico delle informazioni, ma questa è tutt’altra cosa. E comunque tengo a sottolineare che resterebbero nel limbo delle opinioni a meno che non si abbiano competenze sufficienti per discuterne in modo serio.


Allora la verità esiste o no?

Risposta: dipende. Esiste, ma può essere migliorata. In un dato momento può esserci una verità che è migliore di altre (che non significa più utile, come vorrebbero i pragmatisti). Quella è la verità. Pur non essendo né eterna né assoluta.

Ma non è certo il singolo individuo a stabilire quale sia la migliore. Quella è solo presunzione e arroganza. L’evoluzione e la storia daranno le risposte.

Questa confusione sulle verità crea a sua volta una confusione estremamente grave (come mette in rilievo Luigi Corvaglia nell’articolo citato): l’antagonismo in questo senso crea il dogmatismo e trasforma la critica in totalitarismo.

Peggio. Confonde il vero antagonista in un opinionista qualunque e la critica finisce per essere posta tutta sullo stesso piano come se fosse stato realizzato il tanto decantato sincretismo antagonista molto caro ad Hakim Bey (si veda per es. Millenium) tanto per fare un nome.

Dove tutto è confusione non esiste più critica ponderata o complotismo e diventa facile in tal modo reprimere il dissenso. E' sufficiente etichettarlo come impostura. La notte dove tutte le vacche sono nere.

Passo alla questione centrale.

Dopo aver visto su Youtube due specifici video del noto Massimo Polidoro non sono riuscito a resistere alla loro critica.

I due video sono rispettivamente:


https://www.youtube.com/watch?v=CwErwnTMbl0

https://www.youtube.com/watch?v=LZ5fUhCzwXA


Sono due interventi estremamente delicati (nel senso che sarebbe stato meglio non cimentarsi, da parte sua, ad affrontarli) che implicano (non è un termine scelto a caso) non solo scenari politici complessi, ma anche visioni e ideologie economiche e politiche divise da enormi spartiacque che scivolano in terreni paludosi in cui si rischia non solo di uscirne con difficoltà, ma addirittura di restarne impantanati e non uscirne affatto.

Cercherò di essere il più breve e conciso possibile pur sapendo che ciò è quasi impossibile.

Inizio dal primo, ma non per qualche ragione particolare.


Il dottor Cottarelli è un “rappresentante” di una concezione economica e politica molto specifica di cui si conosce bene l’appartenenza. A questo riguardo mi chiedo: «perché intervistare proprio un personaggio di questo tipo?».

Credo che solo per la ragione che il FMI ha determinato (nel senso pieno del termine. Avrei potuto usare la parola imposto) scelte politiche ed economiche discutibili e dubbie, gli effetti credo non siano affrontabili in questa sede, sarebbe stato meglio non tirarlo in ballo.

Forse si potrebbe chiedere alla popolazione greca cosa ne pensa del FMI o ad altri paesi, per esempio l’Argentina.

Sarebbe possibile fare un elenco interminabile di citazioni, ma siccome questo elenco prenderebbe in considerazione dati alternativi al mainstream, mentre intendo abbordare il discorso da un lato diverso, mi limito a segnalare due scritti abbastanza superficiali. Il primo è un articolo abbastanza banale, l’altro è tratto da una piccola tesi:


https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-06-05/ammette-sono-stati-commessi-183544.shtml?refresh_ce=1

https://tesi.luiss.it/3250/1/mutone-tesi-2009.pdf [pag. 44]


Personalmente credo poco ai tardivi pentimenti. Assomigliano tutti un po’ alle lacrime di coccodrillo della professoressa Fornero. Ma tant’è.

Per quanto riguarda l’attendibilità delle misure economiche degli ideologi della scienza economica borghese sarebbe richiesto uno spazio di cui qui non posso disporre. Per questo motivo affermo aprioristicamente che ogni terapia e medicina economica messa in atto da chi cerca di tenere in vita questo sistema guarda caso produce sempre effetti che tengono in vita sempre gli stessi (speriamo non siano immortali) e sacrifica i sacrificabili.

Ecco...forse se si fosse cercato di intervistare un luminare dell’economia (categoria a cui non appartiene Cottarelli) un pochino più attendibile e meno schierato, forse, l’intervento sarebbe stato più interessante.

Mi perdo ancora a esaminare superficialmente una risposta del tutto arbitraria e banale del dott. Cottarelli, che dice più o meno così: «negli anni ‘80 non avevo l’artrite e non mi faceva male la spalla destra.».

Allora...non intendo essere maleducato verso il dottor Cottarelli, ma potrei esserlo.

Intanto il linguaggio è demagogico. Sarebbe stato meglio dire non avevo la spalla dolorante, ma è chiaro che dovesse usare un linguaggio idiomatico (dunque popolare). L’intervento demagogico del Cottarelli prosegue poi in modo ancora peggiore.


Qualche giorno fa, ma non per finzione (o funzione) letteraria, avevo tra le mani una fotografia che mi ritraeva all’età di 27 anni (ora ne ho 67 purtroppo) seduto su di uno scoglio abbracciato ad una carinissima ragazza dagli occhi azzurri. Potrei dire che la mia nostalgia per il passato non riguarda il fatto che allora non avevo “male” alla spalla (di cui soffro in questo periodo, purtroppo), ma per ben altri motivi, com’è facile immaginare.

Ma se l’appunto fosse tutto qui sarebbe solo una banale battuta come quella del dottor Cottarelli, che può suscitare ilarità solo se fatta dal dottor Cottarelli. In realtà se l’avessi fatta io sarebbe stata ritenuta semplicemente un’idiozia (a ragion veduta).

La questione è che il dottor Cottarelli da buon economista avrebbe dovuto almeno fare cenno ad alcuni dati economici e sociali.

Faccio solo un’osservazione: è vero che gli stipendi negli anni ‘70, e mi limito all’Italia, erano in proporzione più bassi di quelli odierni (anche a prescindere dal fatto che è avvenuto un declino generalizzato dal 2008), ma negli anni ‘70 le famiglie non avevano 2/3 macchine di proprietà, cellulari del costo di 1,000€, computer e televisioni ad ogni stanza. Beni voluttuari che letteralmente “mangiano” una parte non indifferente del salario.

Non prendiamo poi in considerazione altri parametri o criteri per definire la “soddisfazione di vita”. Tema molto complesso.

Ora, non sono certo io a disapprovare la concezione progressista della storia, ma la valutazione del benessere è sicuramente molto più articolata e composita (esistono fiumi di analisi in proposito) da ciò che se ne può trarre dalle banali affermazioni del dottor Cottarelli, che a me personalmente paiono chiacchiere da bar.

Un’altra cosa mi ha sorpreso dell’almanaccare del dottor Cottarelli: le affermazioni sull’”età dell’oro”. Mi spiace non avere lo spazio per considerare come meriterebbe questo tema. Qualche argomentazione in più potete leggerla qui:


https://umanitapolitica.blogspot.com/2012/05/redenzione-e-utopia.html


Intanto non si può e non si deve confondere il mito in questione con la semplice e ordinaria idea di qualche elemento culturale di tipo nostalgico. Mi piacerebbe, tra le altre cose, consigliare al dottor Cottarelli l’ascolto di questo podcast:


https://www.raiplaysound.it/audio/2022/02/Fahrenheit-del-08022022-a2fad58a-c98f-4996-954d-030704106cd6.html


E non da ultimo questo testo (ma ne esistono innumerevoli):


https://www.ibs.it/redenzione-utopia-figure-della-cultura-libro-michael-lowy/e/9788833906492


Michael Löwy in questo testo mette in rilievo l’importanza che il mito messianico ha avuto nel corso del xx secolo.

Si potrebbe specificare: in una forma d’interpretazione atea figure quali Gustav Landauer, Ernst Bloch, Giörgy Lukács, Erich Fromm e molti altri è da ritenere abbiano influenzato la critica anticapitalistica perpetuando una tradizione di salvazione, o, si potrebbe definire, di conseguimento di una condizione di libertà, di cui è ben difficile datarne gli albori e l’origine.

Detto in parole poverissime.

Che è, però, ben altra cosa di quella che intende far passare il “nostro” Cottarelli.

E’ assurdo e insulso rigirare la frittata scambiando un concetto per un altro.


Il mito dell’età dell’oro è un discorso serio e le battute che si vorrebbero umoristiche sono semplicemente vacue e capziose.

Non so quanto possa esserci di vero nelle teorie che vedono un filo rosso nella tradizione salvifica giudaico/cristiana che portano sino al socialismo e a Marx (mi pare condivise anche dal filosofo Umberto Galimberti), ma con qualche artificio speculativo quasi tutta la filosofia politica e sociale (e forse non solo) occidentale potrebbe esservi ricondotta.

Soltanto per fare un inciso: il mito dell’età dell’oro ha origini che si perdono agli albori dell’umanità. Ridurre un argomento tanto rilevante culturalmente a un’affermazione vaga e insignificante è, come minimo, ambiguo. La nostalgia per il “tempo perduto che non ritornerà più” ha anche un connotato antropologico oltre che culturale, Credo che se si vuole trattare in modo serio tale nozione non la si possa utilizzare in un discordo sull’economia, tanto meno da un personaggio non “addetto ai lavori”.


La stessa cartografia Tolemaica nasce in Egitto e giunge sino al medioevo trasmettendo la “cognizione del mondo” che era propria di quel paradigma che porta con se il bisogno imprescindibile di redenzione. la nostra cultura, forse addirittura tutto il pensiero utopico, potrebbe essere ricondotto al bisogno di redenzione.

Credo sia importante rilevare che la cartografia, potente portato culturale in secoli di storia, non era una scienza sino al ‘400. Le mappe avevano un valore religioso e cosmologico in cui i luoghi venivano rappresentati secondo la fantasia e le teorie che più soddisfacevano un “universo simbolico” dominato (e controllato) dall’ideologia cristiana. Il paradiso terrestre era parte costitutiva della cosmografia e nell’immaginario, una sorta di luogo beato e felice collocato oltre le terre conosciute, solitamente su un’isola più o meno presente in tantissime culture e tradizioni.

Ribadisco: se vogliamo parlare di “nostalgia” e di “età dell’oro” lo si dovrebbe fare in modo ponderato e corretto.

Qualche mia considerazione in proposito si trova qui:

https://umanitapolitica.blogspot.com/2012/05/redenzione-e-utopia.html


Per concludere: non riesco a cogliere cosa ci sia di scientifico nella “chiacchierata” del dottor Cottarelli e per quale ragione dovrebbe essere considerato un intervento di debuncking in qualsiasi senso lo si voglia intendere. Debuncking di cosa? Perché non sa cosa sia Bilderberg?

Di certo non è un covo di rivoluzionari o di complottisti, ma basta dare un’occhiata ai membri che ne fanno o ne hanno fatto parte per capire che di certo non si può dire facciano gli interessi della working class.

Sempre “guarda caso” è stata fondata da un noto “proletario” che all’appello risponde al nome di Rockefeller che per pura coincidenza (?) è lo stesso nome che ha fondato la Commissione Trilaterale. Di cui il dottor Cottarelli, ovviamente (e perché dovrebbe), anche di questo non sa nulla. Ma che ci stava a fare nell’intervista se non risponde nemmeno a una domanda?

Di certo il Gruppo Bilderberg e la Commissione Trilaterale non sono state fondate dai “discepoli” del notissimo satanistai magari massone e cospirazionista giudaico) Karl Marx al contrario il problema era la paura della diffusione del comunismo.

E a proposito di satanismo e amenità varie sarebbe interessante demistificare l’affermata bufala dei testi satanici contenuti in una certa discografia.

Un testo da cui trarre ispirazione è senz’altro questo:


https://www.libreriauniversitaria.it/taboo-tunes-musica-fuorilegge-blecha/libro/9788879663885


Vengo alla seconda questione.


Mi limiterò a qualche interrogativo a rischio di sembrare del tutto retorico. Non credo debba giustificarne i motivi.

Inizio con uno a caso:

Come ha creato la Cina l’idea che il virus non fosse letale? Non c’era nessun virus?

La Cina aveva isolato Wuhan e si sapeva già da subito. Tutti sanno che il medico che aveva scoperto il virus è morto per il contagio, ma riescono a convincere che il virus non è mortale?

Strano.


La mattina prima di entrare in ufficio ascoltavo Radio3 Mondo. Parlo del gennaio 2020 già la prima metà del mese.

Si diceva che il problema non era sapere se sarebbe arrivato il virus, ma solo quando sarebbe scoppiata la pandemia anche negli stati uniti. Analisti americani di alto rango sostenevano che la Cina aveva adottato misure medievali, salvo poi applicare e replicare successivamente le stesse misure, oltretutto in ritardo. Forse per pure ragioni economiche utilitaristiche? Certo, che importanza può avere la salute di milioni di presone a confronto della salute economica americana, e di conseguenza del resto del mondo.

Tanto che già Trump, mi riferisco sempre al mese di gennaio, aveva chiesto al congresso 2/3 miliardi di dollari per affrontare l'emergenza. Briciole, dicevano i Democratici, che sostenevano ne sarebbero serviti almeno 7/8. Briciole, ovviamente, anche queste di fronte alla tragedia a cui si stava andando incontro.

Ho chiesto a Raiplay Sound la possibilità di ottenere i podcast a cui mi riferisco.

La risposta è stata questa:


Purtroppo il contenuto da te segnalato al momento non è totalmente disponibile su RaiPlay Sound.

Le stagioni precedenti non sono più disponibili perchè sono scaduti i diritti di riproduzione

La disponibilità dei contenuti su RaiPlay Sound è legata ai diritti di sfruttamento web detenuti da Rai, che incidono sull’offerta editoriale.

Per i contenuti in diritti, data la ricchezza della produzione Rai non è possibile avere a disposizione tutti i contenuti contemporaneamente ed immediatamente.

Nel tempo la nostra offerta verrà senz'altro ampliata sulla base dei contenuti per i quali la Rai detiene i diritti di sfruttamento web.

Ti ringraziamo per la preziosa segnalazione di cui terremo conto nell'elaborare il nuovo piano editoriale.


Unico motivo che mi impedisce di dimostrare quanto sto affermando.

Proseguo.

Impreparazione di fronte a casi eclatanti già avvenuti come l’aviaria e la sars?

Impreparazione o inefficienza e inerzia che derivano da burocrazia e politiche indifferenti verso la sorte delle “masse”? Mah.

Mascherine e aiuti non tradotti in realtà, cioè non recapitati ai destinatari, dimostrerebbero un complotto e in qualche modo avrebbero lo scopo di confermare che il virus non esiste? O sono semplicemente strategie per esaltare l’immagine dei paesi implicati?

Distinguerei tra propaganda e complottismo.

L’amministrazione Bush aveva convinto il mondo che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa che non sono mai state trovate. Propaganda o complotto?

Sì perché o è vera una interpretazione o è vera l’altra. Altrimenti applichiamo due pesi e due misure.

Come si legano le bufale sulla falsità dei decessi da covid ad un complotto russo e cinese? Dove sono le prove?

Nel processo penale vige la regola che l’onere della prova grava sull’accusa. Non credo sia sufficiente un qualche proclama pur se arriva da un rapporto dell'Unione Europea.

In realtà, comunque, il capitalismo non ha bisogno di complotti in generale e nel particolare per la riduzione della popolazione mondiale perché è già per sé stesso il complotto che consiste nella conservazione del sistema di riproduzione del profitto e di conseguenza della propria esistenza a scapito di altri.

La propaganda anti cinese in questi anni recentissimi accusava la Cina, fautrice del 5G, di essere il paese criminale che minacciava la salute mondiale attraverso l’installazione delle antenne necessarie.

Mai sentita una voce del mainstream smentire la stravaganza che il sistema 5G sia in qualche modo particolarmente dannoso alla salute. E perché non il 4G?

Il problema, tra l’altro, è stato considerato anche sotto un altro aspetto, per esempio:


https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/5g-e-aerei-interferenze-reali-o-di-lobby-il-dossier-sul-tavolo-sullasstel/


Mettere in difficoltà le “democrazie” occidentali contro una propaganda decennale anticomunista che continua a ritenere la Cina un paese comunista (sarebbe quasi divertente se non fosse un’idea perversa) a me personalmente non pare un complotto, ma propaganda strategica. Non molto lontana dalla propaganda di guerra. Utilizzata, tra l’altro, in modo puntuale nell’intervento NATO contro la ex Yugoslavia. Non parliamo poi dei democraticissimi paesi che hanno usato i proiettili all’uranio impoverito sempre in quell’occasione.


Mi preme soltanto sottolineare che i cinesi erano visti come gli untori portatori del virus e che per strada la gente cercava di evitarli.

Isolare la Cina comunista per indurre il suo governo a crollare è una strategia che dura decenni e ci si meraviglia se ora questa difende la propria integrità territoriale?

Sono decenni che si cerca di screditare qualsiasi cosa abbia qualche parvenza di comunismo e di certo i tormentoni non sono ancora finiti nonostante tutto.


A proposito degli approfondimenti leggo, p. es., qui

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52020JC0008&from=EN


soggetti esterni e alcuni paesi terzi, in particolare Russia e Cina, hanno avviato nell'UE, nel suo vicinato e nel resto del mondo operazioni di influenza mirate e campagne di disinformazione incentrate sulla Covid-19, con l'intento di boicottare il dibattito democratico, esacerbare la polarizzazione sociale e migliorare la propria immagine nel contesto della pandemia.

Unico riferimento alla Cina, mi pare.

E ci sono, ovviamente, anche punti di vista diversi da considerare che andrebbero democraticamente tenuti in considerazione.

Mi permetto, contrariamente a quanto dichiarato più sopra, di suggerire un articolo di diverso stampo politico:


https://contropiano.org/news/politica-news/2020/05/14/la-nato-entra-in-guerra-contro-le-fake-news-0127930


Disinformazione e complotto sono due cose diverse!


Proseguo:

https://www.repubblica.it/dossier/esteri/parlamento-europeo/2020/06/23/news/fake_news_ue_infodemia-259951041/

Ai primi di marzo il regime cinese è in allarme, il mondo lo incolpa per non avere tempestivamente lanciato l'allarme Covid. Partono le contromisure. Pechino clona da Mosca una nuova forma di disinformazione, cambia i suoi obiettivi: se in passato la propaganda della Repubblica popolare era volta a far guadagnare consenso interno alla sua classe dirigente, ora guarda all'esterno, cerca di creare caos e mistificare.


Nutro forti dubbi che in Cina si siano resi conto di questo fatto soltanto in marzo quando in gennaio già si accusava il paese in questione per aver nascosto il fenomeno del contagio. Che la Cina possa essere ritenuta un paese dove vige un regime dittatoriale è un conto che siano stupidi è un altro.

Che la disinformazione si possa ritenere esecrabile non solo sotto l’aspetto giuridico, ma anche sotto l’aspetto morale ed etico è un giudizio sensato, ma come la stragrande maggioranza dei fatti che riguardano le politiche geostrategiche il giudizio passa in un altro piano.

Ribadisco a rischio di sembrare noioso: disinformazione (di cui la CIA credo sia la migliore rappresentante) e complotto sono due fatti diversiii e sostituire l’una con l’altro questo sì è fuorviante

Purtroppo, non trovo altro termine, è in atto uno scontro che, invece, non è fuorviante chiamare guerra fredda.

Per portare un esempio:

https://www.youtube.com/watch?v=q9hEMAVHcIE

Stati Uniti, Cina, Russia. Chi e come prevarrà fra trent’anni? - Festival di Limes


Ci si dimentica, intenzionalmente o meno, delle guerre a bassa intensità degli Stati Uniti in sud-america. Per esportare una cosiddetta “democrazia” sono decenni che queste geopolitiche mietono vittime.

L’aiuto strategico alle opposizioni in sudamerica, per esempio, nel tentativo di abbattere il potere di Maduro per sostituirlo con un partner affidabile fa parte di tutta la politica estera americana.

E i tentativi di condizionamento americano sulle politiche europee? Cosa accadrebbe all’Europa se un’improvvisa virata politica allontanasse i governi dalla subalternità all’egemonia economica e politica americana?

Cosa accadrebbe in Italia se arrivasse al potere un governo che si dichiarasse comunista? Sarebbe possibile?

https://www.limesonline.com/rubrica/la-basi-usa-in-italia

Non è questa un’egemonia fondata sulla paura?

Ci si indigna della disinformazione cinese, ma la subalternità ad un altro paese è tollerabile e del tutto accettata.

I negazionisti sono fomentati da occulti manovratori cinesi o forse dalle destre che tentano strategicamente di indebolire i governi?

Ci sarebbero anche una serie di altre questioni che richiederebbero un approfondimento.

Per esempio:

https://www.iltempo.it/esteri/2021/05/08/news/cina-terza-guerra-mondiale-armi-biologiche-coronavirus-virus-covid-usa-documento-rivelazione-27158792/

Il discorso relativo alla Russia dello “zar” Putin potrebbe seguire la stessa logica di fondo e potrebbe apparire soltanto polemico, e dunque lo tralascio.

Faccio solo un breve rilievo.

Le strategie geopolitiche sono forse l’esempio più evidente del razionalismo con cui vengono affrontate le questioni statali, ancor più di quanto lo sia il metodo con cui vengono trattati i problemi interni agli stessi dove i conflitti dell’arena politica sono confusi, pasticciati e il più delle volte soltanto demagogici.

Rimando alla lettura di questa mia breve recensione de Il Grande Gioco di Peter Hopkirk che si trova in questo sito 

https://navigarenellavita.wordpress.com/2015/11/27/il-grande-gioco-di-peter-hopkirk/

Se si segue la logica di evoluzione della geopolitica  russa non si trovano molte differenze strategiche tra la Russia zarista quella sovietica e quella attuale, pur essendo cambiato profondamente il contesto. Ciò che va colto è il senso delle scelte nello scacchiere internazionale. D’altronde ancora oggi, come trent’anni fa quando scoppiò il disastro dell’ex Yougoslavia e ancora prima, gli interessi per i Balcani (si veda la questione balcanica) e per la Serbia da parte della Russia odierna restano più o meno inalterati.

Le strategie geopolitiche hanno tutte lo stesso scopo: difendere gli spazi egemonici, possibilmente espandere l’influenza, impadronirsi di risorse e proteggere quelle che si hanno e l’unità nazionale. Non è tutto qui, ma in poche parole questi elementi muovono le geopolitiche di tutti i paesi. Figuriamoci quelle delle principali potenze mondiali: Stati Uniti, Cina e Russia. Uno dei paesi più arruffoni da questo punto di vista è senz’altro l’Italia.

In sostanza in geopolitica non esistono buoni e cattivi. Esistono strategie, utilitarismi e “vinca il più forte”. Qui è possibile realmente comprendere l’idea di ciò che è e come si realizza il “rapporto tra forze” che fonda la legge e l’ordine.

Il fatto che ognuno a seconda delle ideologie e delle proprie preferenze personali propenda per la vittoria dell’uno o dell’altro è ancora una questione diversa.

Non esistono americani buoni e russi cattivi. Esiste lo scontro geopolitico e ognuno fa i propri interessi e danni. Ciò che accade in Ucraina nel moneto in cui scrivo può essere un caso esplicativo. Significativo è osservare che gli interessi di Russia e Cina coincido forse più di quanto fossero con l’esistenza dell’Unione sovietica nonostante le enormi divergenze politiche tra i due paesi a dimostrazione del fatto che nello scacchiere internazionale contano di più gli interessi generali di quanto possano contare le affinità politiche interne.

È inutile dire che ogni argomento affrontato qui richiederebbe un lavoro monografico a sé dal momento che, diversamente, il numero di off-topic supererebbe un normale grado di tollerabilità.




i 

estratto da Francis Wheen – Marx Vita pubblica e privata – Ed. Mondadori 2000 pag. 5


 

iihttps://www.google.it/books/edition/Il_declino_dello_Stato/1VhQhXRvNeMC?hl=it&gbpv=1&dq=il+declino+dello+stato&printsec=frontcover


                                                                                                                                    Marco Paquola

lunedì 20 agosto 2012

Una luce in fondo al tunnel

- Vorrei chiedere una cosa a chi dice di vedere una luce in fondo al tunnel "Ma di quali sostanze fate uso?" E' solo una curiosità. Niente di personale  -


domenica 19 agosto 2012

Sempre a proposito di Economie senza mercato

 Sempre a proposito della questione relativa all'argomento Economie senza mercato vi possono essere aspetti correlati che presentano approcci interessanti da prendere in considerazione e che andrebbero ampiamente dibattuti. L'articolo che segue, tratto da Sotto le bandiere del marxismo può essere spunto di riflessione. 


Una Disneyland sociale nell’oceano capitalista


I comunisti usano eccessivamente l’espressione “piccolo borghese”, è vero,  ma, nel caso dell’articolo di Pallante e Bertaglio,(1) non si possono adoperare altri termini: “La saldatura tra i piccoli contadini, i commercianti al minuto, le piccole e medie aziende, gli artigiani e i professionisti radicati nel territorio in cui vivono, con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, può avvenire emarginandosi dalla globalizzazione e rivalutando le economie locali…”

Questa autoemarginazione dovrebbe rendere possibile l’abbandono dell’agricoltura chimica, l’accorciamento delle filiere “la massima autonomia nella produzione alimentare, in quella energetica e nelle produzioni necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali: edilizia, abbigliamento, arredamento, utensileria, attività artigianali, riparazioni e manutenzioni.”

“In un’economia globalizzata le piccole e medie aziende possono trovare spazio solo nella produzione di semilavorati e componenti per le aziende che operano sul mercato mondiale (l’indotto) o nella produzione di prodotti finiti per conto di grandi marchi che operano sul mercato mondiale (contoterziste). Solo liberandosi dai vincoli della globalizzazione e producendo per il mercato locale in cui sono inserite, solo offrendo prodotti finali ad acquirenti del territorio in cui operano, queste aziende possono valorizzare la ricchezza della loro professionalità, della loro creatività e della loro esperienza.”

Si tratterebbe, dunque, di isolarsi dal contesto capitalistico, formando piccole comunità di produttori e professionisti autosufficienti. In altre parole, una sorta di comune dotato delle tecniche più moderne. Ma i comuni medievali dovevano difendere con una selva di norme corporative e con le armi il loro mercato locale, e l’isolamento venne  intaccato  dalle monarchie e spazzato via definitivamente dalle rivoluzioni borghesi. Come potrebbero queste comunità, salvarsi dalla concorrenza internazionale ?

L’articolo si fonda sul presupposto infondato che le comunità locali possano decidere per conto proprio, come se non ci fosse uno stato iperburocratizzato che s’impadronisce di più del 50% dei proventi dell’economia legale, che tollera l’espansione del lavoro nero e tratta con la malavita organizzata, partecipa con la Nato, un’alleanza di briganti imperialisti,  al bombardamento di altri paesi, dalla Jugoslavia all’Afganistan alla Libia. Come può convivere una piccola comunità autonoma con un tale predone ?

Il capitalismo occidentale mobilita mercenari, tagliagole e fanatici per conquistare nuovi mercati, e per sottrarre agli avversari il controllo delle vie del petrolio e del gas, impiegando droni, bombardieri, missili  all’uranio impoverito, le forme più evolute di monitoraggio satellitare, mobilitando le sue centrali spionistiche e i media. Per quale ragione questo capitalismo gangster dovrebbe lasciarsi sottrarre vaste zone permettendo la rinascita di mercati locali protetti? Al massimo, potrebbe tollerare in una piccola valle un esperimento del genere, ma lo trasformerebbe in una curiosità, una sorta di Disneyland sociale, e organizzerebbe l’afflusso dei turisti. Certi esperimenti sono ammessi solo se isolati. Il parco di Yellowstone, ad esempio, vuol dare a chi la visita o  ne vede i filmati, l’idea di un’America che protegge gli animali e i boschi. In realtà serve a celare, dietro a un’immagine idilliaca, un regime spietato che distrugge  natura ed esseri umani, non solo in casa propria, ma anche nel resto del mondo con le guerre.

Si pensa che la tecnica, di per sé, possa risolvere tutti i problemi. Le energie rinnovabili ? Dopo la fase sperimentali, i grandi paesi si sono gettati in questa produzione, e la Cina sta vincendo la concorrenza, persino industrie tedesche hanno dovuto abbandonare il campo, altro che piccola produzione locale. I carburanti di origine vegetale, entrati nella fase industriale, richiedendo grandi quantità di mais, hanno affamato intere popolazioni. Le tecniche nuove sono armi a doppio taglio, tutto dipende dall’uso sociale che se ne fa. Una nuova macchina, se usata capitalisticamente, getta nella strada migliaia di operai, se usata socialmente può ridurre l’orario di lavoro e la fatica di chi lavora. L’energia solare, eolica, geotermica non sfuggono a questa regola.

Le nuove tecniche, più sono evolute, più indeboliscono i settori sociali al tramonto. Le classi sociali fondamentali nel capitalismo sono tre: imprenditori (dell’industria, dell’agricoltura, del commercio…), proprietari terrieri e proletari. Più il capitale si sviluppa, più la piccola borghesia classica, residuo storico di sistemi produttivi precedenti, è in pericolo. E’ vero che si forma un altro settore di piccola borghesia strettamente dipendente dal capitale (benzinai, negozi in leasing, autoriparazioni…), ma cresce assai più rapidamente  il numero dei parassiti, faccendieri, speculatori, malavitosi, ecc.

La piccola borghesia ha sempre visto il comunista come il pericolo, il fanatico che le voleva portare via il negozietto, il campicello. L’espropriatore è invece il capitale, tramite la concorrenza, e con la catena dei debiti. Molti negozi già ora sono puri concessionari di grandi imprese, e molte terre di piccoli contadini sono in realtà delle banche, che detengono le ipoteche. Chi finora è riuscito a salvarsi non ci riuscirà in futuro, perché la crisi rende più aggressivi i grandi capitali che, non potendo aumentare i guadagni con l’industria, si dedicano alla rapina legalizzata, impadronendosi con mille trucchi, pressioni e minacce, dei beni delle piccole e medie imprese. Si aggiunga lo stato, che drena masse enormi di denaro dalle classi sociali più deboli per darle alle banche o alle grandi imprese.

Quindi, la piccola borghesia, lungi dal baloccarsi col sogno di un piccolo mondo socialmente antico, sia pur tecnologicamente al passo, deve rendersi conto che propria caduta nel proletariato è imminente. Un tempo, un negoziante, facendo studiare i figli, poteva sperare di dare loro un posto sicuro e ben rimunerato. Oggi, laureati in materie scientifiche, ricercatori chimici e fisici, impegnati in importanti ricerche, sono condannati al precariato e a stipendi che non superano di molto quelli di un manovale. Qualche individuo può sfuggire alla proletarizzazione, non la massa.

Non siamo condannati per l’eternità all’inferno capitalistico, con le sue guerre economiche e finanziarie - non meno terribili di quelle condotte con armi vere e proprie. Ma la soluzione non può essere locale e localistica. Bossi si è inventato un paese di pura fantasia, la Padania, e molti gli hanno creduto. Ha ancora meno senso immaginare una piccola Yellowstone sociale, al riparo dalle tragedie del capitalismo.

Il legame tra chi lavora e gli strumenti di lavoro, che esisteva nell’artigianato e nella piccola agricoltura, è stato infranto dal capitale, che li ha espropriati, ma nello stesso tempo ha reso sociale la produzione. Occorre espropriare gli espropriatori, ma tornare alla piccola proprietà, anche se fosse possibile su vasta scala, non impedirebbe la rinascita del capitalismo in breve tempo. Bisogna socializzare i mezzi di produzione, perché il ricongiungimento tra lavoratori e strumenti di lavoro è possibile solo in forma collettiva, salvaguardando la produzione di massa, non più finalizzata al profitto, ma alle esigenze della popolazione.

Se i lavoratori, la stragrande maggioranza dell’umanità, riusciranno a conquistare il potere – con la rivoluzione, non con le chiacchiere elettorali - allora, al posto dell’uso capitalistico delle macchine subentrerà l’uso sociale, la riduzione dell’orario di lavoro di oltre la metà assorbirà la disoccupazione. Venendo meno le esigenze del profitto, sparirà la speculazione edilizia, la produzione di merci inutili e dannose, la pubblicità frastornante.  Con  le tecniche americane di demolizione degli edifici, una volta data un’abitazione a tutti, si potranno distruggere gli immobili superflui e riconquistare vaste zone all’orticultura, alle serre, alla vita sociale.

I socialdemocratici di un tempo, i Treves e i Turati, erano d’accordo su questi punti, ma s’illudevano che fosse possibile giungervi per via pacifica, parlamentare. I comunisti dissero che quella via era diventata impossibile per la crescita della burocrazia e del militarismo, e che occorreva abbattere l’imperialismo. Il capitalismo non avrà un tacito tramonto, ma con le sue guerre e le sue crisi metterà in pericolo l’intera umanità, se la classe operaia e le classi sfruttate non sorgeranno per schiacciarlo definitivamente.

Michele Basso

10 agosto 2012

giovedì 9 agosto 2012

Parole chiare.




Parole chiare

Il governo dei “tecnici” non smette di sfornare capolavori. Ha esordito portando l’età lavorativa alle soglie della vecchiaia. Questo significherà, tra le altre cose, esporre una quota maggiore di lavoratori ai rischi e alle malattie professionali. La famosa “speranza di vita”, fra qualche anno, farà una brusca inversione a “U”. Naturalmente, anche il peggioramento generale delle condizioni dei ceti popolari contribuirà a questo risultato se, come ormai ci dicono le statistiche ufficiali, sempre più gente rinuncia a farsi curare perché non è più nelle condizioni di sostenere le spese mediche. La modifica dell’articolo 18, cioè la via libera ai licenziamenti facili, non farà che aggravare il quadro generale della condizione operaia.

Passata dunque, senza resistenze apprezzabili, la “Riforma del lavoro”, le attenzioni del governo si rivolgono ora alla spesa pubblica e al pubblico impiego. Si parla dei dipendenti dello stato e degli enti locali come di oziosi privilegiati. “Bisogna poterli licenziare!” , si grida da tutte le parti. L’obiettivo del governo è chiaro: ridurre del 10% la massa dei dipendenti nell’ambito di una spending review che andrà a indebolire ulteriormente il sistema sanitario e gli altri servizi alla popolazione. Perché mentre si può rimettere in discussione ogni norma, se questa tutela gli interessi della gente comune, non si può certo mettere in discussione, tanto per fare un esempio, il servizio del debito, ovvero quei settanta o ottanta miliardi che il Tesoro paga mediamente ogni anno ai detentori dei titoli pubblici, in grandissima parte banche, fondazioni e gruppi finanziari. Secondo Monti e secondo i suoi sostenitori, I lavoratori, pubblici e privati, dovrebbero capire. Dovrebbero tacere ed adeguarsi. Che cosa sono le loro pretese di una vita decente, di un lavoro sicuro e di un salario dignitoso, di fronte ai mercati, di fronte alle leggi dell’economia? Dovrebbero rimettersi fiduciosi alla politica economica di quel manipolo di milionari, banchieri, avvocati e ragionieri arricchiti, che siede al governo. Ora si stringe la cinghia, ci dicono, ma poi arriverà la crescita.

Intanto però loro la cinghia non la stringono e l’unica cosa che cresce è la disoccupazione. E come potrebbe essere altrimenti? In ogni azienda, in ogni amministrazione, nel pubblico come nel privato, la parola d’ordine è alleggerirsi . Diminuire il numero dei dipendenti è diventato sinonimo di efficienza economica. I sindacati che cosa fanno? Stanno pensando allo sciopero generale. Proprio così: “stanno pensando”. In pochi mesi, da quando si è insediato, il governo “tecnico” ha fatto a brandelli i pochi diritti fondamentali rimasti ai lavoratori e loro… stanno pensando! Eppure sono maturi i tempi per una risposta generale. Non parliamo di uno sciopero ogni tanto o di una manifestazione a Roma una volta l’anno. Parliamo di un piano di lotte che coinvolga tutto il mondo del lavoro su una piattaforma che ne rappresenti gli interessi complessivi. Un salario minimo vitale garantito a tutti e protetto dagli aumenti dei prezzi, una spartizione del monte ore lavorativo fra occupati e disoccupati senza decurtazione della paga, la proibizione dei licenziamenti. Sono questi i provvedimenti di cui tutta la classe lavoratrice avrebbe immediato bisogno per mantenere un livello accettabile di civiltà, nel pieno di una crisi che il centro studi della Confindustria ha paragonato, per i suoi effetti economici e sociali, a una guerra.

Una mobilitazione generale del mondo del lavoro è certamente qualche cosa di grande e di difficile da realizzarsi. Senza dubbio però è anche il solo presupposto perché milioni di persone non cadano nella miseria e altrettante ci si avvicinino. Per tutto c’è un inizio. Per ogni grande impresa c’è un primo piccolo passo. Oggi il primo passo è mettere insieme i lavoratori che non vogliono continuare a subire senza reagire, quelli che non sono rassegnati, quelli che non dicono “non possiamo farci niente”.

Di che cosa si tratta in pratica? Di passare dalle discussioni casuali davanti alla macchinetta del caffè, alla mensa aziendale, nello spogliatoio, all’inizio di un’attività cosciente e organizzata di agitazione e denuncia sistematica. Anche pochi lavoratori possono rappresentare una forza se ben organizzati. Certo, non possono promuovere da soli uno sciopero generale, ma possono iniziare a combattere quella passività, quell’apatia, quella sfiducia nelle proprie forze che così spesso paralizzano la classe lavoratrice. Per il fatto stesso di esercitare questo tipo di attività, in una fabbrica o in un quartiere, tre o quattro lavoratori rappresenteranno già un inizio promettente, contribuiranno ad alzare il morale dei loro compagni, toglieranno terreno alla rassegnazione, dimostrando nei fatti che si può reagire, intanto facendo intendere la propria voce, con volantini, con riunioni, con bollettini periodici, con piccole manifestazioni. Non è più l’ora della rassegnazione. È l’ora dell’impegno in prima persona e dell’iniziativa perché nessuno toglierà le castagne dal fuoco ai lavoratori se non lo faranno loro stessi.

mercoledì 8 agosto 2012

Essere comunisti...più o meno.


Non condivido le tesi sostenute da Alberto Burgio che sembra esprimere esattamente quel "essere comunisti" rappresentato da essere comunisti.
O meglio: non ne condivido l'orientamento. Le tesi in sé non sarebbero del tutto inaccettabili. Sono dotate di ponderazione, logica e assennatezza, e come potrebbero non esserlo.

Contengono criteri e prospettive condivise da prestigiosi teorici e studiosi, quelli appunto citati da Alberto Burgio. Tutti nomi di cui spesso ci si ritrova a leggere anche con profonda soddisfazione sia in articoli che saggi accademici.
Le analisi proposte, dunque, da questa intellighenzia sono il più delle volte appropriate e illuminanti.
Pare assennato, ad esempio, rivendicare riduzioni dell'orario di lavoro e imporre prelievi fiscali a chi si è già appropriato di quote di ricchezza che gli consentono di viviere (a loro, si) al di sopra delle possibilità.
Non bisogna dimenticare in tutto questo marasma che tra i debiti che vorrebbero far pagare ai lavoratori sono conteggiati finanziamenti concessi a chi ha preso soldi  dalle banche in sfacelo che ora chiedono soldi allo stato borghese, perché evidentemente ne hanno concessi sin troppi.
La questione risiede, invece, non nel risanare questo sistema in disfacimento, ma nel trasformarlo radicalmente. Le soluzioni sono ottime per chi questo sistema vuol tenerselo più o meno così com'è, tutto qui.
E, magari, sarà uno slogan pure un po' equivoco, come sotiene qualcuno, ma vorrei riproporre qui una famosissima citazione marxiana: i filosofi hanno descritto il mondo ora si tratta di cambiarlo.

L'articolo è presente su Internet in vari siti, uno dei tanti è quello citato nel cappello introduttivo

L’oscuramento

di Alberto Burgio


Immaginiamo che al tempo della disputa tra geocentrici ed eliocentrici esistesse già un sistema dell’informazione simile all’attuale (televisioni, quotidiani e rotocalchi). E supponiamo che dalla vittoria degli uni o degli altri dipendessero le condizioni di vita della gente che da quelle televisioni e da quei giornali veniva informata. Come giudicheremmo, in questa ipotesi, una informazione che avesse sistematicamente nascosto la disputa e, per esempio, rappresentato la realtà sempre e soltanto sulla base della teoria geocentrica? Di questo, a mio modo di vedere, si tratta nella lettera sul “Furto d’informazione” che abbiamo inviato a molte agenzie di stampa e ad alcuni giornali nei giorni scorsi e che il manifesto (soltanto il manifesto) ha pubblicato integralmente in prima pagina. Il tema della nostra denuncia è l’«ordine del discorso pubblico» sulla crisi. Un tema concretissimo e materiale, produttivo di fatti altrettanto concreti, che recano nomi illustri: senso comune, ideologia, consenso.

Naturalmente la crisi è fatta di dinamiche economico-finanziarie, alla base delle quali operano, sul piano nazionale e «globale», determinati assetti di potere e una determinata struttura dei processi di produzione e circolazione. Su questo terreno si sono verificate, a partire dal 2007, le vicende che hanno innescato la tempesta finanziaria. Ma la questione che subito si pone – basta un attimo per comprenderlo – è che qualunque cosa si dica a questo riguardo è frutto di interpretazioni. Soltanto persone faziose, intolleranti come Giuliano Ferrara possono pretendere che un’opinione (la loro) sia «oggettiva» e inoppugnabile. Chiunque altro converrà che ogni narrazione implica assunzioni teoriche, ipotesi e, appunto, interpretazioni.

Nel caso della crisi, semplificando al massimo, si fronteggiano due schemi interpretativi. Il primo, mainstream e prevalente sul piano politico, riconduce la crisi a due cause: la crisi fiscale (dovuta a un eccesso di spesa pubblica – i cosiddetti sprechi – in materia di welfare e di pubblico impiego) e la sproporzione tra retribuzioni e produttività del lavoro. Da qui fa discendere, a catena, la crisi dei debiti sovrani, i severi verdetti delle agenzie di rating e le decisioni dei mercati finanziari. Dopodiché la terapia è scontata: essa impone una «rigorosa» politica di tagli (santificata nel fiscal compact), licenziamenti e blocco delle assunzioni, deflazione salariale, privatizzazioni e alienazione del patrimonio pubblico, riduzione delle tutele e dei diritti del lavoro dipendente. L’idea-base di questa visione (coerente col discorso sulle «compatibilità» che da venticinque anni fa proseliti anche a sinistra) è che da mezzo secolo viviamo (più precisamente: la massa dei lavoratori dipendenti vive) «al di sopra delle nostre possibilità». La speranza che la informa è che il «risanamento» della finanza pubblica «rassicuri» i mercati e plachi la fame degli speculatori. O meglio: che questi scelgano altri obiettivi, posto che speculare è la loro ragion d’essere.

L’altra interpretazione della crisi, familiare ai lettori di questo giornale, rovescia la prospettiva. Sostiene che la crisi sia figlia dell’assenza di regole al movimento del capitale industriale (delocalizzazioni) e finanziario (speculazione), della povertà dei corpi sociali (provocata proprio dalle «terapie» propugnate dalla prima ipotesi) e della socializzazione delle perdite dei privati (a cominciare dalle banche, alle quali gli Stati hanno regalato migliaia di miliardi di euro, 4600 nella sola eurozona). Afferma che, lungi dall’essere giudici imparziali, le agenzie di rating lavorano per la privatizzazione delle democrazie (in quanto i governi obbediscono alle loro decisioni), oltre a spianare la strada alla speculazione. Ritiene che le politiche adottate dai governi servano soltanto a drenare enormi ricchezze verso le oligarchie finanziarie.

E suggerisce misure di tutt’altro segno: regolazione dei mercati (non c’è bisogno di essere in tutto d’accordo con Lenin per avere una buona opinione degli accordi di Bretton Woods); una riforma della Bce che ne faccia una vera banca centrale (come la Fed e la Bank of England, che dal 2008 acquistano massicciamente i rispettivi titoli di Stato); incremento dell’occupazione (a cominciare dal settore ambientale, dal welfare e dalla formazione) e riduzione dell’orario di lavoro per accrescere la domanda aggregata; equità fiscale (anche per mezzo di prelievi strutturali su patrimoni e rendite); drastica riduzione della spesa militare. Sottesa a questa prospettiva è la tesi enunciata di recente da Amartya Sen, secondo il quale questa crisi non è il sintomo del fallimento degli Stati, bensì l’effetto del fallimento del mercato, che gli Stati hanno provveduto a salvare. Quanto alle proposte (da tempo avanzate da autorevoli studiosi, tra cui Luciano Gallino, Giorgio Lunghini e Guido Rossi), esse dimostrano come la stucchevole litania che ne lamenta l’assenza rientri nella sistematica disinformazione che abbiamo denunciato. Ora, poniamo che questa pedestre sintesi sia accettabile: che cosa ne discende riguardo alle questioni poste dalla nostra lettera? Una conseguenza molto semplice che, come ha osservato Carlo Freccero, chiama in causa direttamente i compiti dell’informazione e, indirettamente, la qualità della nostra democrazia e le relazioni pericolose tra potere economico e potere politico al tempo della «neoliberismo globalizzato». Se è vero che esistono due letture della crisi, di entrambe queste letture la stampa ha il dovere di tenere conto. Questo dovere incombe in primo luogo sul servizio pubblico (in Italia, la Rai) e sulle maggiori testate indipendenti, sempre che esse intendano assolvere una funzione nazionale e non operare come partiti politici. Tenere conto della presenza di due posizioni contrapposte significa, in questo caso, non presentare quelle dei governi europei e delle istituzioni comunitarie come risposte obbligate, bensì, se non altro, spiegare che si tratta di scelte coerenti con una di queste posizioni, e da essa imposte. Quando un governo decide di tagliare ancora le pensioni, di cancellare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, di «rivedere la spesa» riducendo posti di lavoro e servizi, di aumentare la pressione fiscale sul lavoro dipendente e di alienare il patrimonio pubblico, la stampa libera di un paese democratico ha il preciso dovere di spiegare al pubblico dei non addetti ai lavori che ciò non avviene perché «c’è la crisi», ma perché questo governo considera indiscutibile la sovranità dei mercati e ritiene giusto subordinarle ogni altro interesse.

Dopodiché tutto il dibattito su chi è tecnico e chi politico andrebbe, come merita, dritto in archivio. Ognuno vede che – fatte pochissime eccezioni – l’informazione non assolve questo dovere, che probabilmente nemmeno riconosce. La nostra lettera ha denunciato tale stato di cose, sottolineandone la rilevanza sul terreno democratico. E proprio perché siamo convinti del nesso che lega informazione e democrazia, abbiamo chiamato in causa anche le massime autorità dello Stato, che a nostro giudizio rischiano di venir meno all’obbligo di imparzialità nella misura in cui offrono il proprio incondizionato sostegno alle scelte politiche del governo, sposandone, per ciò stesso, le legittime ma discutibili opzioni teoriche. Siamo ingenui? Ignoriamo che tutto ciò non avviene per caso? È probabile che ogni denuncia sconti un po’ d’ingenuità, ma saremmo imperdonabili qualora ritenessimo che un appello all’onestà intellettuale possa risolvere ogni problema. Vi è tuttavia un eccesso di realismo in chi ritiene inevitabile che la stampa («l’avversario») sia reticente o faziosa. Non è scritto che il servizio pubblico debba condurre battaglie di parte, e comunque non è accettabile e va denunciato. Altrimenti perché indignarsi per le censure e la disinformazione che spesso, a ragione, gli imputiamo? E perché cercare di impedirle? Quanto alla stampa indipendente, anch’essa ha qualche problema di legittimazione, e non potrebbe rivendicare apertamente il diritto di nascondere ai propri lettori una parte significativa della verità. Tra l’ingenuità e un iperrealismo che rischia di regalare alibi alla disinformazione, preferiamo credere che il confronto delle idee comporti una sfida impegnativa per tutti. Non per caso il silenzio (quello di chi semplicemente preferisce ignorare tutta questa discussione) resta la via più comoda, anche se di certo non la più nobile.

mercoledì 25 luglio 2012

Quiproquo

Nel sito consigliato a fianco La Contraddizione al link Quiproquo è presente un interessantissimo "libello virtuale" (come viene definito nella stessa presentazione) che ha la veste di una piccola enciclopedia contenente svariate decine di voci (160 con diverse varianti).

Il lemma proposto è una variante della voce Valori.
Tutti i corsivi e i simboli presenti nel testo sono quelli originali. La freccia [<=] indica che nell'enciclopedia è presente quel lemma.
L'autore è Vladimiro Giacché [v.g.].

I valori personali - Magritte (1952)
“Dato che una religione che perdona spietatamente ha dato agli uomini la virtù come punizione per i loro vizi, gli imbecilli che governano il mondo hanno avuto l’idea di consacrare la morale come un bene di diritto. E ora la morale infuria contro l’umanità”: così Kraus. Si tratta di un giudizio che implica “valori”  [# 1, # 2,?] quali umanità, e altri concetti virtuosi quali morale [<=], diritto [<=], religione, virtù, ecc.
In cosa consiste l’inganno? Innanzitutto nel fatto di coprire, dietro il paravento di valori altisonanti ed astratti, prassi concrete mosse da ben altri (e ben più bassi) fini. L’esempio più recente è quello della “guerra umanitaria”. In questo senso i “valo­ri” (a partire dalla famigerata triade “Dio, Patria, Famiglia”) altro non sono che una mistificazione, ossia un mezzo per coprire una prassi reale che non di rado è non solo diversa, ma di segno addirittura opposto a quanto si va predicando. La saggezza popolare ha affidato a proverbi quali “predicare bene e razzolare male” la sanzione di questi comportamenti; ed esiste una folta letteratura, ad esempio, sui vizi dei monaci e dei preti, direttamente proporzionali al loro richiamo ipocrita ai valori ed alle virtù (per La Rochefoucauld “l’ipocrisia” era per l’appunto “il prezzo che il vizio paga alla virtù”: cosicché spesso alla virtù predicata finiscono per corrispondere vizi reali).
Ma l’inganno non consiste solo in questo: se così fosse, infatti, dovrem­mo ammettere che esista (o possa esistere) una prassi realmente ispirata all’“umanità”, alla “bontà”, alla “giu­stizia”, ecc. Il punto, però, è che questo è impossibile. Per il semplice motivo che – e qui sta il secondo inganno – che questi presunti “valori” assoluti (eterni, di significato univoco, validi per tutti i tempi e per tutti i luoghi) non esistono. I valori ai quali gli esseri umani ispirano la loro azione, infatti, nascono dalla concretezza della loro condizione storica, a partire dalle modalità con le quali avviene la loro riproduzione materiale; e andrà semmai ricordato che, sulla concretezza della condizione storica attuale e dei vigenti rapporti sociali, si innesta inoltre la tradizione, che rappresenta per lo più il precipitato di bisogni e relazioni sociali corrispondenti a precedenti epoche della riproduzione materiale.
“Valori” allo stato puro, insomma, non esistono da nessuna parte: i valori sono in perenne mutamento ed evoluzione – oltreché, sempre più spesso, in contraddizione tra loro anche nella stessa persona (così, la stessa persona può essere solidale nei confronti dei parenti più stretti e terribilmente egoista nei rapporti di lavoro: ma anche questo non si deve a un qualche astratto e fatale “politei­smo dei valori”, ma alle concrete condizioni di vita ed alla diversità e contraddittorietà dei ruoli sociali che convivono in una stessa persona).
Il mutamento e l’evoluzione dei va­lori, così come il loro contraddittorio presentarsi, sono funzione della vita materiale degli uomini e degli interessi che in essa si manifestano e si scontrano. Già, perché questi interessi non sono comuni a tutti: l’inte­resse dei lavoratori non coincide – non può coincidere – con l’interesse dei padroni. E quindi i valori degli uni non coincidono – non possono coincidere – con i valori degli altri. Ma, si dirà, e l’interesse alla conservazione della vita della specie e della stessa vita sul pianeta – oggi essi stessi minacciati dal “valore” del capitale [<=] (ossia dall’incoercibile tendenza del capitale a valorizzarsi, ad accrescere la propria massa a scapito di tutto e di tutti)? Non dovrebbero, questi interessi, accomunare tutti? Nei fatti vediamo che così non è: vediamo che la riduzione dei gas inquinanti (provatamente letali per il pianeta) viene impedita; vediamo che l’energia atomica viene riproposta come necessaria, perché “l’economia non può fermarsi” [Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2001]. Questo perché la classe [<=] capitalistica, la classe che incarna la tendenza del capitale ad autovalorizzarsi, concepisce questa tendenza come il “valore” supremo. E oggi riesce addirittura a convincere le classi subalterne che questo “valore” è anche il loro valore, che i suoi interessi di classe sono anche i loro interessi di classe. Ovviamente, questo ragionamento può essere e deve essere rovesciato: sono gli interessi delle classi subalterne ad esprimere gli interessi del­l’umanità, a cominciare dal fatto che solo il perseguimento e la vittoria degli interessi delle classi subalterne appare in grado (oggi più che mai) di impedire “la comune rovina delle classi in lotta”. Non però nel senso – lo ripetiamo – che gli interessi delle diverse classi immediatamente coincidano: semplicemente, l’abolizione dello sfruttamento e della proprietà [<=] privata dei mezzi di produzione è la condizione necessaria per evitare la rovina comune. In tutto questo, i valori dove restano?
I valori restano ... indietro. Nel senso che tengono dietro agli interessi (di classe) e da essi sono plasmati, guidati, utilizzati. Dobbiamo, insomma, operare una sorta di rovesciamento, per rimettere nel giusto ordine le immagini capovolte dalla camera oscura dell’ideologia. I valori (storicamente e socialmente determinati) sono il mezzo, gli interessi (socialmente e storicamente determinati) rappresentano il fine dell’azione sociale. Si noti bene: questa natura di mezzo dei valori riguarda anche quello che probabilmente è l’unico “valore” correttamente attribuibile alle classi subalterne nella loro lotta per l’emancipazione: il valore della “solidarietà”. Che nell’accezione autentica del movimento operaio comunista non ha nulla a che fare con la “solidarietà” di cui parla il cosiddetto pensiero sociale della Chiesa (ossia il solidarismo, la caritatevole mano tesa verso “i deboli”, verso “chi resta indietro” ecc.): la “solidarietà”, dicono le parole di una delle più belle canzoni del movimento comunista [il Canto della solidarietà di Brecht-Eisler], è invece semplicemente ciò “in cui risiede la nostra forza”, ossia l’unione fra eguali per conseguire un obiettivo comune.
Se questo è vero, è chiaro che la fuga nei valori, il riferimento sempre più ossessivo ed inflazionato ai valori, culminato nel nostro Paese nella presentazione alle ultime elezioni addirittura di una lista denominata “l’I­talia dei Valori”, rappresenta un aspetto fortemente regressivo dell’at­tuale situazione sociale e politica. Per diversi motivi.
1) Perché rappresenta un’accetta­zione del rovesciamento della gerarchia reale tra bisogni/interessi e valori: se questi ultimi altro non sono, nella realtà, che modi di concepire e di conseguire quegli interessi, il rovesciamento ideologico li ipostatizza e ne fa degli “apriori” assoluti.
2) Perché rappresenta una fuga nel­l’astrattezza di valori (assoluti, astorici, universali) che hanno perduto (in questa visione mistificata) ogni concreto referente reale, nella prassi delle relazioni e dei conflitti sociali.  
In questa dimensione mistificata – nella migliore delle ipotesi (ossia nel caso che essa non sia frutto di malafede) – ci si muove in tondo: ricevendo conferma della propria bontà (ad esempio nei confronti delle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo, concepite come “gli ultimi”, “i deboli”, “i bisognosi” – e non, come sarebbe giusto, come popoli sfruttati da ben individuabili meccanismi economici, in conformità a ben precisi interessi di classe) proprio dalle proprie sconfitte e dall’inevitabile inanità dei propri sforzi.
3) Perché rappresenta un ulteriore gradino nella scala discendente che dalla coscienza di classe [<=] e dalla solidarietà praticata (sovente in maniera spontanea) tra i lavoratori aveva condotto all’ipostasi della “missione del proletariato”. Ed effettivamente, dal­la missione all’apostolato, e da questo alle opere di carità il passo non è affatto lungo ... Per dirla nei termini del (desolante) dibattito a-sinistra, questo e non altro è il significato del­la transizione dal “militante-missio­nario” al “volontario” (dove il minimo che si possa dire è che il rimedio è assai peggiore del male ...).
Rispetto alle elucubrazioni di questi teologi di ritorno, ben altra lucidità è dato riscontrare, come è ovvio, tra i funzionari del capitale: che sono addirittura in grado di liquidare il tema dei valori in due battute.
Come faceva, in un recente articolo dedicato ai “fondi etici di investimento”, la “responsabile del bilancio socio-ambientale” [sic!] di una delle principali società italiane: ossia dichiarando che “non si può creare va­lore senza valori” [Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2001].
I valori sono indispensabili ... in quanto servono all’autovalorizzazio­ne del capitale. Che, come volevasi dimostrare, è il Valore supremo. E in questo caso – ma solo in questo – la maiuscola ci sta proprio bene. Anche l’analisi del linguaggio [<=] ci permette di ripercorrere nelle parole la direzione del movimento reale. Già Marx ricordava – nelle  sue Glosse a Wagner – che il termine di “valore” (Wert) in origine designava le “cose utili” intese come “valori d’uso”. L’i­deo­logo pragmatista americano William James, un secolo fa, parlava di “valore in contanti” delle idee, oggi possiamo parlarne anche per la Morale e Dio, da cercare sulla pagina delle quotazioni di borsa.
[v.g.]

lunedì 23 luglio 2012

Destra, sinistra. Centro? Boh?


Destra e sinistra, centro, centristi, moderati e meno moderati (come se esistessero reali differenze) si accapigliano, schiere sparpagliate e sbandate di movimentisti grillini o papagallini si azzuffano ostentando e sbandierando soluzioni e medicine per guarire le ferite della belva economica del capitale e politica delle borghesie.

Patetici fantocci mossi dal comando capitalista litigano (o fanno finta?) per decretare elezioni anticipate, che tutti temono. E mica solo in Italia!
La Spagna non ha preferito Rajoy a Zapatero? Contenti di non avere più la tredicesima, sull'orlo del default, come se col "campione" socialista non sarebbe stata la stessa musica, tirano avanti. Non parliamo della Grecia e di tutto il resto.

Appunto! Tutto il resto! Perché è proprio tutto il resto che conta assieme all'una e all'altra cosa. Ma tanto chi dovrebbe capire non capisce. L'illusione è giunta ad agire tanto profondamente da rendere reali differenze che non esistono. E se qualcuno crede a qualcosa, pur se quel qualcosa non esiste, lo rende reale. Forze, invece, "veramente" reali stanno dissipando false credenze e una maggioranza silenziosa comincia a mettere in dubbio la "realtà" dell'illusione. La questione è che la "questione" non è politica, sarebbe assai facile, in effetti. Basterebbe votare un aborto di partito, ma che fosse quello giusto, e tutto andrebbe a posto.

Ovviamente non è così. Nemmeno con quella specie di colpo di stato che ha sostituito ad un satrapo un tecno-dirigente con perversioni finanziarie invece che sessuali si è riusciti a risollevare un sistema statale ed economico ormai frantumato a tal punto che nessuno può e non potrà mai rimettere assieme.
Appunto! Perché la questione non è politica e nemmeno tecnica, se così si può dire. E' l'intero sistema che è franato. Qualcuno pensa che una montagna franata si riuscirebbe a riportare allo stato originario? OK, benissimo. Tutto bene. Andate a votare per il parlamento democratico.

Di seguito un estratto dell'introduzione a Oltre l'austerità scaricabile gratuitamente su MicroMega
Perché proprio questo?
Forse per leggere qualcosa?

Questo volume, generosamente ospitato da MicroMega on line, raccoglie una serie
di contributi sulla crisi economica in Europa. Essi sono, in parte, l’espressione di punti di
vista diversi sia sulle origini e sull’evoluzione della crisi che il nostro continente sta
attraversando, che con riguardo alle implicazioni economiche delle possibili vie d'uscita.
Più che le differenze, è tuttavia importante l’elemento che accomuna gli autori dei
contributi, e cioè l’obiettivo di presentare un’analisi della crisi economica in Europa che sia
libera dagli stereotipi e dai pregiudizi della cultura neo-liberista dominante; quella cultura
che – ispirando le politiche di austerità prescritte dalla Commissione europea, dalla Banca
centrale europea e dal Fondo monetario internazionale – sta precipitando il nostro
continente nella recessione e, di più, sta minando alla base lo stesso « modello sociale
europeo », cioè una delle esperienze più avanzate di convivenza civile che la storia del
mondo ha conosciuto.


I contributi sono stati scritti cercando, per quanto possibile, di mantenere uno stile
accessibile ad un numero ampio di lettori. Naturalmente il volume è rivolto anche ad
associazioni, sindacati e partiti che siano sinceramente disponibili a un ripensamento
critico della deriva liberista della sinistra italiana (ma non solo), a cominciare
dall’identificazione tout court del proprio progetto politico con l’unificazione monetaria
europea. E si rivolge a quella parte della sinistra che, pur essendosi verbalmente opposta a
tale deriva, non si è fatta promotrice, per superficialità o per opportunismo, della
costruzione di un progetto politico-economico seriamente alternativo. La sinistra italiana
ha purtroppo sempre teso a privilegiare il calcolo politico a breve termine all’analisi e alla
proposta economica, finendo sistematicamente preda del pensiero economico dominante,
ai cui cultori ha finito con l’affidarsi. Eroi della sinistra, anche di quella radicale, sono così
di volta in volta diventati i Ciampi, gli Andreatta, i Padoa-Schioppa – figure degnissime,
ma completamente estranee alla tradizione del riformismo socialista.


Nel licenziare questa raccolta di saggi economici, desideriamo dunque indicare
come passaggio necessario per la sinistra quello dell’assunzione, nel suo nucleo costitutivo
e caratterizzante, di un vero pensiero economico critico, premessa indispensabile di una
lettura consapevole dei processi in atto e delle strategie perseguibili.



Indice

Introduzione 6
S. Cesaratto e M. Pivetti

1. Le politiche economiche dell’austerità
L’austerità, gli interessi nazionali e la rimozione dello Stato 11
M. Pivetti
Molto rigore per nulla 19
G. De Vivo

2. La crisi europea come crisi di bilancia dei pagamenti e il ruolo della Germania
Il vecchio e il nuovo della crisi europea 26
S. Cesaratto
Le aporie del più Europa 44
A. Bagnai
Deutschland, Deutschland…Über Alles 55
M. d’Angelillo e L. Paggi

3. Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici
Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico 71
R. Ciccone
La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave? 89
G. Zezza
Oltre l’austerità 4 MicroMega
Le illusioni del Keynesismo antistatalista 104
A. Barba
La crisi economica e il ruolo della BCE 111
V. Maffeo

4. Austerità, salari e stato sociale
Quale spesa pubblica 122
A. Palumbo
Crescita e “riforma” del mercato del lavoro 133
A. Stirati
Politiche recessive e servizi universali: il caso della sanità 145
S. Gabriele
Spread: l’educazione dei greci 160
M. De Leo

5. Oltre l’euro dell’austerità
Un passo indietro? L’euro e la crisi del debito 172
S. Levrero
Una breve nota sul programma di F. Hollande e la sinistra francese 185
M. Lucii e F. Roà


lunedì 9 luglio 2012

Economie senza mercato: richiamo alla riflessione

Ho preso in considerazione in questo post Mutualismo? Autogestione? alcune questioni inerenti alle cosiddette "economie senza mercato" e più in generale quell'agire alternativo che alcuni movimenti anticapitalisti intenderebbero propugnare. Ho tentato di mostrare l'inconsistenza economica di tali pratiche, ma senza per questo giudicarne il valore sotto il profilo della scelta personale, che eticamente mi sento di rispettare. Questo breve articolo, sempre tratto dalla rivista n+1, mi pare un buon epilogo a quel post e vi invito a leggerlo a mo' di richiamo alla riflessione.



Vivere senza denaro


Di fronte ai sempre più frequenti tentativi di fuga dal capitalismo ci sono reazioni diverse. I giornalisti sono attirati da un atteggiamento che "fa notizia": sembra impensabile eliminare il denaro nella società attuale. I falsi alternativi, tra i quali sono compresi alcuni degli stessi giornalisti, i blogger e gestori di siti internettiani di varia umanità, la mettono sull'etica individuale: com'è coraggiosa la scelta, come dev'essere difficile abbandonare le vecchie abitudini, abbasso il consumismo, ecc. I marxisti (ormai senza virgolette) fingono di essere alternativi autentici e sentenziano: "Attualmente i socialisti non vogliono abolire il denaro. Ciò che vogliono è veder instaurato un sistema sociale dove il denaro sia superfluo, come dev'essere in una società basata sulla proprietà comune e sul controllo democratico dei mezzi di produzione". Citiamo la lezioncina da un sito inglese, ma potrebbe benissimo essere un sinistro nostrano.

La genesi dei gruppi odierni dediti al baratto è incerta. Esistono da molti anni le "banche del tempo", dove però vige il computo del valore in ore di lavoro; sono numerose anche piccole comunità nate per scambiare beni o servizi con il solo criterio del valore d'uso; si diffondono anche gruppi dediti al sottoconsumo volontario. Invece l'esigenza di vivere senza denaro è recente. La ricerca sulle sue origini porta a un solo fatto specifico: la solidarietà fra lavoratori disoccupati rimasti senza salario in seguito alla chiusura di una fabbrica in Canada, solidarietà che ha finito per coinvolgere gli abitanti di un'intera cittadina. All'origine quindi non vi è una pensata utopistica ma un pragmatico bisogno di risolvere problemi concreti. Questo pragmatismo comunitario è abbastanza diffuso in Nordamerica e noi ne seguiamo gli sviluppi come facciamo per altri fenomeni generati dal capitalismo.

Sta di fatto che alcuni gruppi di persone decidono di rinunciare al denaro, anzi, di rifiutarlo in quanto inutile, e di vivere senza lavorare per salario o parcella, in modo da rendere evidente questa non necessità. Insomma, c'è qualcuno al mondo che invece di adorare il dio del capitalismo lo trova repellente e cerca in tutti i modi di schivarlo immaginando un mondo diverso. Facendo tra l'altro una fatica notevole, perché la cosa non è semplice. Ovviamente questi gruppi non riescono né a vivere completamente senza denaro né a dimostrare di conseguenza che il denaro stesso non è necessario. Chi volesse criticare questa "scelta di vita" troverebbe appigli a bizzeffe e curiosamente c'è chi s'incarica di cercarli.

Coloro che si dedicano alla vita senza denaro sanno benissimo che ogni oggetto barattato è stato prodotto e venduto per denaro in quanto merce. Quindi sanno che possono soltanto dar vita a isole entro un mondo che continua a funzionare come al solito. Del resto i rapporti col denaro rimangono strettissimi: se per esempio ci si deve spostare in treno non si può barattare alcunché con le ferrovie, bisogna trovare chi regali il biglietto dopo averlo comperato in cambio di qualcosa. Vivere in un camper e generare elettricità con pannelli solari presuppone una fabbrica di camper e pannelli. L'isola senza denaro non può che essere collegata col mare del denaro. Di questa contraddizione i senza-denaro però se ne fregano. Quel che a loro importa è che individualmente vogliono vivere senza denaro. C'è chi assume psicofarmaci, chi si dà allo yoga e chi adotta uno stile di vita, è un fenomeno da registrare, non da giudicare.

Merci materiali - Merci immateriali


Due brevi interventi tratti dal n. 29 della rivista n+1

Merci materiali

Al marzo 2011 la produzione industriale americana era ancora il 5% al di sotto del picco raggiunto prima della recessione. Gli economisti però sono euforici lo stesso: da molti anni non succedeva che l'andamento dell'industria fosse migliore di quello degli altri settori. Per di più, dopo la sbronza finanziaria, dietro gli istituti di credito che tengono ancora banco, fanno capolino i cosiddetti (parametri) fondamentali. Da tenere anche presente che la ripresa industriale è stata più veloce di quella del numero degli occupati, dato che è aumentata la produttività. Ma che importa, il dato va considerato positivo, i disoccupati pesano sulla società, non sull'azienda. Comunque gli occupati industriali sono cresciuti dell'1,6% mentre in generale la crescita è stata dell'1% (le cifre sulla disoccupazione americana sono sempre aleatorie: prendiamo il massimo di disoccupazione ufficiale registrato al culmine della crisi, 12,5%, quindi vuol dire che, tolto un punto, saremmo all'11,5%, il che è tanto anche per i selvaggi parametri americani).

Facendo un consuntivo, il baratro è stato raggiunto verso la metà del 2009, con un crollo che nella meccanica ha raggiunto il 40%. La risalita sarà ancora lunga, perché per molti settori quella visibile negli ultimi tempi è dovuta non a un netto miglioramento della produzione ma al rinnovamento delle scorte. Anche l'aumento delle vendite di automobili è in gran parte dovuta al logoramento del parco circolante dopo quasi quattro anni di crisi. In totale il settore ha recuperato fino al 20%. Come da manuale marxista, la parte del leone la fanno i mezzi di produzione, e non solo perché l'Oriente ne richiede, il dollaro è basso e il governo offre incentivi: ogni crisi è una occasione per aumentare la produttività e con questo essa non fa che preparare la prossima. Solo che adesso il ciclo si è cronicizzato, e fra una caduta e l'altra l'economia stenta a ritornare ai livelli precedenti.

Ciò è poco visibile perché si muove molto il capitale fittizio, ma non bisogna confondere una ripresa di borsa con una dell'economia. Il mercato è sbilanciato da un pezzo: stagnano le merci di uso comune che costituiscono i grandi numeri, compresi i beni durevoli, automobili, case, arredi, elettronica domestica e sono in ripresa le macchine utensili, i grandi veicoli, il movimento terra, i sistemi computerizzati e tutta la componentistica collegata. Si tratta di capitale costante che dovrà… pagare sé stesso tramite nuova produzione e dovrà farlo in un contesto di consumi decrescenti a causa delle modificate, pesantissime condizioni sia dell'occupazione che del credito alle famiglie. Sulla base dei dati del passato, si è calcolato che ogni aumento di un punto del PIL dei paesi partner commerciali degli USA provoca un aumento delle importazioni dagli USA di tre punti. Se fosse vero non sarebbe spiegabile il declino industriale degli Stati Uniti che, a partire dagli indici massimi di produzione e occupazione raggiunti nel 1979, non si è più arrestato. Tolto il Giappone, i maggiori partner sono cresciuti molto, specie la Cina, la quale non ha affatto aumentato le proprie importazioni dagli Usa in confronto alle esportazioni. Il fatto è che la quota di mercato estera e persino interna degli Stati Uniti si sta restringendo rispetto a quella dei sempre più aggressivi concorrenti.

Merci immateriali

Marx nella prima pagina del Capitale descrive le merci come prodotti vendibili, atti a soddisfare bisogni, non importa se fisici o dovuti alla fantasia. La distinzione fra produzione fisica e servizi era allora abbastanza netta. La quota del valore globale dovuto alla prima era determinante e anzi crescente, e nessun economista si sarebbe preoccupato di "ritornare ai fondamentali", cioè al capitale derivante da produzione e vendita di merci, materiali o immateriali che fossero.

Oggi molti economisti trovano preoccupante la continua diminuzione della produzione industriale su quella totale. Si chiedono quale possa essere il futuro di paesi i cui servizi contano per il 70 o l'80% del PIL, paesi che oltre tutto hanno pletorici servizi "non vendibili" che non producono valore ma ne consumano. Prendiamo gli Stati Uniti: negli ultimi vent'anni la popolazione è cresciuta quasi dell'1% all'anno, il che vuol dire almeno 50 milioni di persone. Nello stesso periodo gli occupati sono aumentati di 27,3 milioni, di cui 26,7 nei servizi non vendibili (istruzione e sanità pubbliche, piccolo commercio, forze armate, polizia, ecc.) e solo 0,6 milioni nell'industria e nei servizi vendibili (come finanza e assicurazioni), con guadagno di questi ultimi e perdita netta del settore manifatturiero. Ma attenzione: al calo dell'occupazione degli addetti industriali corrisponde un aumento vertiginoso del valore prodotto dagli stessi. Ci sono dei paesi come Inghilterra e Olanda che da questo punto di vista stanno anche peggio e siccome l'andamento storico è comune a tutti i paesi, sarà presto raggiunta una soglia invalicabile.

Quando intravedono un limite all'accumulazione gli economisti ne restano sconvolti, come se ciò contraddicesse una legge di natura. Vanno indietro nel tempo e si rasserenano: negli ultimi trent'anni i maggiori paesi hanno visto raddoppiare la produzione industriale, la delocalizzazione delle merci di fascia bassa è fisiologico, quelle di fascia alta continueranno ad essere prodotte qui, non c'è da preoccuparsi. In fondo alla Cina abbiamo venduto solo l'hardware della IBM, la ferramenta, e le facciamo costruire anche quella che è ancora di proprietà americana, europea o giapponese perché qui non conviene più. Qui il business del futuro è nelle merci immateriali, "bisogna finirla con il feticcio della produzione" (Jagdish Bhagwati della Columbia University), ci dobbiamo lanciare nei grandi sistemi logistici, nelle reti fisse e mobili, nella grande distribuzione a livello globale, nei brevetti, nelle biotecnologie. I registratori di cassa elettronici di Walmart sono terminali collegati alle fabbriche sparse nel mondo, ogni minuta vendita va a far parte di un immane centro ordini in tempo reale e altre aziende di logistica si preoccuperanno di collegare la rete di trasporto del materiale ordinato.

D'accordo, per il Capitale merci materiali o merci immateriali fa lo stesso, purché si vendano. Solo che la produzione di merci immateriali non produce a sua volta fabbriche, impianti, mezzi di produzione in quantità conseguente. Questo vuol forse dire che ci sarà una divisione del lavoro a livello planetario e tutto filerà liscio? Un momento: abbiamo visto che il fenomeno coinvolge tutti i paesi, quindi tutti arriveranno a toccare il limite che tanto spaventava gli economisti. E una divisione del lavoro a livello intergalattico non c'è ancora.

Stati Uniti: impero criminale e sanguinario. E altre cose...

Un certo numero di italiani, ma non molti, credo, avranno sentito parlare o almeno citare probabilmente in tivvù, e dove sennò, i Padri Pell...